ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Migliorare la scuola pubblica SI, indebolirla NO


  Il Gran Consiglio con le recenti modifiche della Legge della scuola ha accolto il principio del versamento di contributi alle famiglie con figli che frequentano le scuole private dei gradi elementare, medio e postobbligatorio.
La spesa a carico del Cantone viene giustificata con 2 miti: quello della concorrenza e quello della libertà di scelta delle famiglie.
Ma la concorrenza rappresenta semplicemente un mezzo per raggiungere un dato scopo e non un fine per se stante. Se serve al miglioramento della scuola essa costituisce un fattore positivo, in caso contrario è da evitare. Per le ragioni esposte di seguito ritengo che la concorrenza finanziata dallo stato possa peggiorare la scuola pubblica.
Il secondo mito si riferisce ad un diritto certamente fondamentale: questo diritto può però scontrarsi con la libertà individuale (che potrebbe essere ridotta o addirittura compromessa da un’educazione di tipo integralista – cattolica, ebraica, islamica, o di qualche setta pseudocristiana) e con altri obiettivi di tipo sociale.
Se la scuola privata è appoggiata dallo Stato esiste il forte rischio che molte famiglie benestanti e ben funzionanti tolgano i loro figli dalla scuola pubblica; col tempo si formerebbero classi di allievi “poco problematici” presso alcune scuole private mentre in quelle pubbliche rimarrebbero soprattutto i figli dei poveri, una grande percentuale di immigrati, di casi difficili, ecc.
Con la diminuzione del numero di allievi che frequentano la scuola pubblica verrebbero ridotte le spese in suo favore. La riduzione delle spese rischierebbe di essere assai consistente perché la maggioranza degli allievi di questa scuola sarebbe probabilmente formata da stranieri e perché  sarebbe sempre meno frequentata dai bambini delle famiglie che contano nella nostra società.
Tale ipotesi è confortata dal fatto che la Lega, paladina da sempre di una riduzione dell’importanza del settore pubblico, abbia fornito un appoggio decisivo al progetto di finanziamento della scuola privata.
Il peggioramento della scuola pubblica diventerebbe così un fenomeno progressivo e difficilmente reversibile.
Inoltre non si può ignorare un altro pericolo. La sovrappopolazione e i conflitti armati all’interno dei diversi paesi mediorientali e africani determineranno un aumento quasi inevitabile delle immigrazioni da queste regioni. Dato l’insufficiente tasso di natalità del nostro paese e del continente europeo in generale, il numero di bambini musulmani diventerebbe rilevante e avrebbe la tendenza a crescere in modo considerevole. Accanto alle scuole confessionali cattoliche e a quelle per i figli dei ricchi potrebbero venir istituite scuole private che si rivolgeranno alle famiglie islamiche.
I partigiani dell’iniziativa obiettano che per ricevere i sussidi le scuole devono adottare un programma d’insegnamento approvato dal Cantone e che pertanto quest’evoluzione non costituirebbe un pericolo.
Ma qualunque insegnante sa benissimo che la scuola è fatta ben più dai docenti e dagli allievi che non dai programmi, per cui l’obiezione è poco rilevante. Istituti gestiti e frequentati da persone di gruppi diversi, danno necessariamente risultati diversi.
La piattaforma di educazione comune, premessa indispensabile per un’integrazione nella nostra società scomparirebbe.
Anzi, a causa della presenza di scuole divise secondo le classi sociali e le religioni, la nostro società subirebbe un processo di disintegrazione di cui è difficile valutare le conseguenze.
In conclusione, non si tratta tanto di ricominciare quel tradizionale scontro tra scuola laica e scuola confessionale che il nostro cantone ha conosciuto durante oltre un secolo, quanto piuttosto di respingere un nuovo importante tentativo di rafforzare i privilegi dei ricchi a detrimento del bene comune.
Certamente la scuola pubblica può e deve migliorare: la via proposta dal Gran Consiglio serve però solo a peggiorarla.

 

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