La sequenza logica «se… allora…» costituisce da sempre una strategia per prevedere conseguenze, analizzare possibili varianti e giungere a decisioni. Non di rado ha dato origine a famose massime di saggezza, del tipo «Si vis pacem para bellum» – «Se vuoi la pace prepara la guerra»; oppure, al semplice buon senso che un tempo si esprimeva in un banale precetto: «Se vuoi essere promosso, allora studia»; o, ancora: «Se devi guidare, non bere alcolici». Ma oggi questa concatenazione di passaggi fino alla logica conclusione tende sempre più ad essere trasferita al linguaggio matematico del computer: l’algoritmo. Date alcune premesse, procedendo a brevi passi consequenziali, si giunge alla soluzione del problema o alla conclusione voluta: la macchina esegue in tempi brevissimi una serie di processi decisionali che all’uomo richiederebbero riflessioni assai più lunghe, e magari con esito incerto.
È facile vedere che l’algoritmo si fa sempre più dominante. Nella scelta del personale da assumere, ad esempio, dove la selezione tende ad essere affidata alla macchina più che ai colloqui di lavoro; nel settore imprenditoriale, dove sono già apparsi algoritmi capaci di prevedere la probabilità di successo negli investimenti; nelle faccende di cuore, dove una «macchina della verità» basandosi sul tono di voce, sui segnali di emozione e di nervosismo, sembra in grado di determinare se una coppia in crisi ha ancora sufficienti possibilità di salvare l’unione matrimoniale… E poi, nell’era del sempre connessi, gli algoritmi ci accompagnano nel corso della giornata. Ne è una prova la pubblicità che ti segue on line: «Se hai acquistato questo prodotto, allora ti può interessare anche quest’altro», e ti sciorina una serie di oggetti analoghi a quello che hai scelto o semplicemente sbirciato.
Ci sono, ovviamente, molti vantaggi in questa avanzata della macchina: in primo luogo, il risparmio di tempo e fatica – soprattutto quella fatica di pensare che a molti è sempre risultata fastidiosa. Ma ci sono, come sempre, anche inconvenienti. In primo luogo, la tendenza ad evitare la fatica induce a dimenticare che l’algoritmo è un mezzo utilissimo per conseguire uno scopo, ma lo scopo dev’essere sempre scelto e verificato dall’uomo. Il computer può essere un prezioso consulente, ma nulla più che questo. Sappiamo, del resto, che un algoritmo può anche indurre in inganno, se questo è lo scopo che l’uomo gli ha assegnato: è il caso dell’algoritmo, messo a punto dalla Volkswagen, che truccava i dati sulle emissioni inquinanti. O, per fare un altro esempio di come questo strumento matematico possa servire anche a scopi non proprio encomiabili, ricorderò che due anni fa, in Italia, nel corso della battaglia parlamentare per decidere la riforma del Senato, un deputato dell’opposizione presentò, in una sola mattina, 82 milioni di emendamenti alla proposta di legge, allo scopo di rinviare indefinitamente la decisione. Ovviamente, non lui di certo si era assunto la fatica di escogitare milioni di varianti: un algoritmo aveva provveduto.
Ma c’è un secondo inconveniente che mi sembra più inquietante: la crescente dipendenza dalla macchina e dalla sua logica. È ovvio che una comodità si accetta volentieri, e volentieri la si sostituisce a uno sforzo. Ora, la macchina rende superflue certe operazioni, più o meno faticose, che un tempo entravano necessariamente a far parte delle competenze della persona. Ad esempio: si insegnano ancora le tabelline? S’imparano ancora a memoria? Non credo: qualsiasi macchinetta calcolatrice, qualsiasi computer risolve calcoli che un tempo la mente infantile imparava a fare; dunque, la memorizzazione delle tabelline diventa superflua e – peggio ancora (mi si perdoni la volgarità didattica) – decade a «nozionismo». La memoria poi, nei giovani, è una facoltà che viene sempre meno apprezzata e sempre meno esercitata: sono i muscoli che vanno sviluppati, in palestra, nei campi di calcio, in piscina… Sono le prestazioni atletiche che entusiasmano oggi la gente, mica la memoria e la cultura. D’altra parte, che bisogno c’è di memorizzare la data dell’invenzione della stampa, o un verso di Dante, o una formula chimica? In caso di bisogno li trovi in Rete.
Già: solo che il computer ti dà solo le informazioni, non la comprensione e la conoscenza. E per conoscere e capire la mente ha bisogno di informazioni, assimilate fino a diventare componenti dell’io. Conclusione? Se vuoi essere intelligente, allora usa la tua testa, non il tuo computer.