È cosa abbastanza certa che la memoria sta cambiando, conseguentemente alle nuove forme di archiviazione dei dati consentite dalla recente tecnologia. Del resto, sappiamo che un cambiamento simile è già avvenuto in un passato lontano. Platone racconta il mito di Teuth: l’egiziano Teuth presenta al Faraone la sua nuova, straordinaria invenzione – la scrittura. Il Faraone è perplesso: a che serve? Teuth, orgogliosamente, gli spiega che la scrittura è la tecnica della memoria: d’ora innanzi, per ricordare, basterà scrivere l’informazione e il ricordo sarà ?ssato per sempre. Il Faraone capovolge la tesi: la scrittura, ahimé, sarà piuttosto una tecnica dell’oblío, perché quando l’uomo non avrà più bisogno di ?ssare i ricordi nella mente smetterà di coltivare la memoria.
Platone aveva ragione: la memoria prodigiosa degli aedi e dei sacerdoti, che tramandavano oralmente di generazione in generazione i poemi omerici e le leggende d’Israele, con l’avvento della scrittura non è più stata necessaria. Ma è pur vero che gli effetti della scrittura sulla memoria si manifestarono molto lentamente: prima dell’avvento della stampa il libro era cosa così rara che chi ne possedeva una copia se l’imparava a memoria. Era questo l’unico modo per salvarne il contenuto nel caso in cui l’umidità, o il fuoco, o un roditore ne avessero causato la distruzione. Poi venne la stampa, e il moltiplicarsi delle copie ridusse la necessità della memoria. Qualcosa di simile sta accadendo adesso, ma su più vasta scala. La memoria informatica e quell’enorme serbatoio di preziose informazioni e di pettegolezzi che è Internet rendono obsoleta la memoria individuale. Se ti serve un’informazione, digiti sulla tastiera e la trovi. Hai domande, curiosità, lacune? Cerca in Internet e troverai. È così facile fingersi cólti: digiti, trovi, fai un copia/incolla e lo presenti come tuo. Non lo fanno forse anche uomini di governo? Sono recenti i casi di due ministri tedeschi rinvenuti colpevoli di plagio: le loro tesi di laurea erano copiate. Si grida allo scandalo ed è giusto (tanto più che il caso più recente riguarda un ministro dell’istruzione!); ma quante tesi di laurea rilasciate in università anche nostre, quante «ricerche» dei nostri allievi di scuola media e di liceo spuntano bell’e pronte dalla grande Rete? Volendo, e avendo molto tempo da buttare, si può risalire alla fonte e smascherare l’inganno: ma chi ha la voglia e il tempo di fare simili ricerche sulle ricerche altrui? Tanto più che l’insegnante stesso, magari, trova comodo prendere lezioni precotte da Internet e scodellarle in aula. Da tempo, d’altronde, gli editori che forniscono i libri di testo per gli allievi preparano anche un manuale per l’insegnante: nel manuale ci sono gli esercizi e le relative soluzioni; alcuni docenti passano agli allievi gli esercizi e tengono per sé le soluzioni. In questo modo si risparmia tempo e lavoro, non dovendo escogitare gli esercizi; poi, soprattutto, non si rischia di sbagliare la soluzione, e la correzione degli errori degli studenti è già lì, pronta.
Nei bambini, si sa, la curiosità è grande: spalancano gli occhi davanti all’arcobaleno, alle onde del mare, alle formiche. Tutto è stupore, meraviglia (quella meraviglia dalla quale, secondo Platone e Aristotele, nasce la filosofia). C’è un’età che la scuola di Piaget ha battezzato l’âge questionneur – l’età dei perché. È l’età in cui nel mondo tutto è meraviglioso e ancora più meraviglioso è scoprire e capire; ed è spontaneo il ricordare. Un tempo l’adulto accompagnava in questo percorso di apprendimento e di comprensione; adesso si rischia che accompagni il bambino al computer e gli dica: «Digita, bambino, digita!». I ricordi, così, scivolano facilmente nell’oblío, e un oblío diffuso e predominante non è null’altro che ignoranza. Ma c’è chi dice – e non è escluso che abbia ragione – che nell’era dei cyborg che sta per iniziare la memoria individuale può opportunamente essere rimpiazzata dai supporti di memoria artificiale. La simbiosi crescente tra uomo e macchina potrà consentire anche questo. E forse è bene. Anche saper dimenticare può essere un’arte preziosa, perché la memoria è anche ricordo delle ferite. L’ateniese Temistocle, a chi voleva insegnargli l’arte della memoria, rispose che avrebbe preferito che gli si insegnasse a dimenticare. Forse un giorno, su richiesta, si potrà anche ricevere l’alzheimer.