La scuola chiude per le vacanze estive e forse è tempo di bilanci: fatto sta che nelle ultime settimane mi è capitato di leggere varie lettere ai giornali che denunciano un progressivo decadimento della scuola ticinese.
Soprattutto due lettere di docenti che so bravi, motivati e capaci, sollevano il problema che, a mio avviso, compromette oggi maggiormente l’efficacia dell’istruzione scolastica: nella nostra scuola dell’obbligo s’insegna e s’impara sempre di meno perché diventano prioritari altri compiti o, per dire meglio e forbito, “obiettivi pedagogici”. Educare, socializzare, integrare, divertire e far star bene gli allievi: questi sembrano essere diventati gli obiettivi pedagogici prioritari.
L’apprendimento e la cultura tendono a diventare scopi subalterni e quasi opzioni eventuali.
Sgombriamo il campo dagli equivoci: si educa con la pratica quotidiana, con la serietà del lavoro e il rispetto delle regole, non con i discorsi e la retorica moralistica.
Si socializza quando ci si sente coinvolti in un compito comune e si lavora, tutti insieme, per lo stesso scopo: quel che sembra ovvio per una squadra di calcio perché non dovrebbe esserlo per una classe scolastica? La stessa integrazione nel gruppo comincia e si fonda sul rispetto delle regole dell’attività quotidiana: le bande giovanili si danno spontaneamente leggi non scritte ma ferree, dal rispetto delle quali dipende l’accettazione o l’esclusione dal gruppo. Perché non basare l’integrazione scolastica prima di tutto sulle regole di convivenza, chiare e ragionevoli, della scuola? Quanto al lavoro scolastico ridotto a divertimento, questa è una conseguenza dell’attuale civiltà dello spettacolo. Tutto dev’essere spettacolarizzato, stuzzicante, divertente: e perciò a scuola si sostituisce non di rado alla lezione dell’insegnante il filmato istruttivo, all’esercizio sudato il giochino divertente. L’importante è che gli allievi siano contenti, che si divertano. Ma si divertono poi davvero? Di divertimento sono piene le ore di qualunque giornata: quel che manca è la gioia derivante dalla soddisfazione d’essere riusciti in qualcosa di difficile. Barattando la gioia con il divertimento si perde ciò che più dà senso alla vita, come spiega Konrad Lorenz: “L’antica saggezza espressa da Goethe nella ballata Der Schatzgräber: “Settimana faticosa, festa lieta” minaccia di cadere in oblio. L’incapacità di sopportare qualunque dolore rende irraggiungibile la gioia.” Ciò vale anche per quei dolori piccoli che sono la fatica e il sacrificio: si sa da sempre che noi apprezziamo quel che ci siamo conquistati con fatica; ma una società anestetizzata, come elimina il dolore al primo accenno, così scansa la fatica. E tutto perde di valore, diventa insignificante e monotono: anche il divertimento e il piacere, a causa della sovrabbondanza e continuità degli stimoli, scivolano nella noia. Così sono necessari stimoli sempre più forti, dallo sballo del sabato sera al consumo di droghe leggere che, quando vengono a noia, sono sostituite da quelle pesanti.Perché, dunque, non tornare ad educare con un lavoro scolastico serio e rigoroso?