ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Il Cristianesimo non Basta



In una società multiculturale s'impone anche lo studio di altre fedi
Un obiettivo pedagogico è quello di educare al pensiero critico e all'autonomia

La scuola pubblica ha l'obbligo di aggiornarsi secondo il cambiamento dei tempi e l'insegnamento religioso che vi è attualmente impartito è anacronistico. I rilevamenti statistici confermano l'erosione progressiva dei credenti che si riconoscono nelle confessioni cristiane; cresce costantemente il numero degli agnostici, cresce ancor più quello di immigrati di fede non cristiana. Il multiculturalismo d'oggi suggerisce poi che si debbano conoscere le diverse religioni per una migliore comprensione del mondo attuale e per un'educazione al rispetto reciproco. Per queste ragioni il progetto di riforma dell'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche ticinesi demanda totalmente allo Stato e ai suoi insegnanti il compito di fornire agli allievi della scuola dell'obbligo una cultura religiosa di base, non confessionale e aperta anche alle religioni extraeuropee. Ciò porrebbe fine al pasticcio attuale, nato da un compromesso elaborato cinquant'anni or sono. Oggi l'ente pubblico riconosce la religione come materia opzionale e paga i docenti designati dalle rispettive Chiese; non ha però voce in capitolo nella definizione dei programmi, stabiliti in tutta autonomia dalle Chiese; né esercita una vigilanza su questo insegnamento. Come dire: lo Stato paga perché le Chiese facciano, in quell'ora, quello che loro pare più opportuno.
Si sostiene, da parte delle Chiese, che l'attuale insegnamento della religione non è affatto catechistico, bensì si occupa di etica e spazia sul fenomeno religioso in generale con ampia apertura verso le religioni non cristiane: e allora perché non lo si vuol cedere a nessun costo? Se si tratta di sviluppare temi di etica e nozioni di storia delle religioni in chiave non confessionale, al fine di facilitare l'incontro fra culture diverse, non si vede perché le Chiese, depositarie di una verità astorica e assoluta, vogliano rivendicare il monopolio formativo.
Si invoca la competenza del docente: ma un laureato in lettere, in storia, in filosofia o in storia dell'arte deve conoscere l'impianto dottrinale cristiano necessario per comprendere Dante e Manzoni, l'iconografia sacra, le crociate, la Controriforma, l'opposizione clericale ottocentesca alla democrazia e all'istruzione pubblica. Un docente di storia, in particolare, non ignora affatto i fondamenti teologico-dottrinali che furono alla base delle istituzioni cristiane del potere, che produssero persecuzioni a non finire e che s'imposero con le guerre di religione; è più probabile che li ignori un diplomato in teologia formato presso istituti di stretta osservanza. La formazione specifica presso istituti teologici resta pur sempre anche una formazione catechistica: la conoscenza che vi si apprende ha un fondamento di verità assoluta, depositata nella rivelazione e nel magistero della Chiesa. Ma un insegnamento neutro della cultura religiosa deve portare anche quelle informazioni storiche che inducono a un doveroso relativismo (che è anche condizione di tolleranza in materia religiosa).
Si prenda anche solo un esempio: la posizione della Chiesa in merito all'evoluzionismo. Oggi, se si dice che la teoria evoluzionistica mal si concilia con il racconto della Genesi, si ottiene da parte ecclesiastica un sorrisetto di sufficienza: ma come, non si sa che la Chiesa cattolica ritiene conciliabile la teoria evoluzionistica con il racconto biblico? Come, si ignora che il testo biblico va inteso secondo una lettura storica e simbolica, e non letteralmente? No, non lo si ignora: ma non si ignora neppure che fino a poco più di un secolo fa la dottrina ufficiale della Chiesa di Roma era che la Bibbia va intesa ad literam (e proprio per questo principio fu condannato Galilei); né che, ancora nel 1950, papa Pio XII condannava le "false opinioni" di chi sosteneva che "il senso letterale della Sacra Scrittura" dovesse "cedere il posto ad una nuova esegesi, chiamata simbolica e spirituale". Si sa, poi, che Giovanni Paolo II ha finalmente riconosciuto (nel 1996!) che non c'è necessariamente incompatibilità fra la dottrina biblica della creazione e la teoria evoluzionistica. Ma si sa anche che l'enciclica Humani Generis, mentre "non proibiva" che la dottrina dell'evoluzionismo fosse oggetto di ricerche, aggiungeva che "i fedeli non possono abbracciare quell'opinione i cui assertori insegnano che dopo Adamo sono esistiti qui sulla terra veri uomini che non hanno avuto origine, per generazione naturale, dal medesimo come da progenitore di tutti gli uomini, oppure che Adamo rappresenta l'insieme di molti progenitori".
La scuola pubblica pone tra i suoi obiettivi pedagogici quelli di educare al pensiero critico e all'autonomia di pensiero. Questi obiettivi, mi pare, sono difficilmente conciliabili con la presunzione di verità assoluta delle Chiese: va bene, non siamo più ai tempi di Pio IX (che condannò formalmente come un "deliramento" il principio della libertà religiosa); tuttavia, il Catechismo della Chiesa cattolica (versione 1992), là dove tratta del magistero della Chiesa, riconferma: "Il grado più alto nella partecipazione all'autorità di Cristo è assicurato dal carisma dell'infallibilità [...]. Essa si estende anche a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale [...]" (art. 2035). Sono queste le premesse per un insegnamento obiettivo, imparziale, storicistico, critico e tollerante della cultura religiosa e della formazione morale?
La soluzione recentemente proposta sembra dunque ragionevole, ma sta sollevando forti proteste da parte confessionale, soprattutto cattolica. Eppure, tutti si dichiarano aperti, progressisti ed ecumenici: sarebbe paradossale che, nel passaggio dalle dichiarazioni alla pratica, riemergesse l'intransigenza.

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