Nel 2002 un’iniziativa parlamentare, avente come prima firmataria Laura Sadis, dava avvìo a studi preparatori per una riforma dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche; ora, a qualche anno di distanza, è stato presentato il rapporto della Commissione mista appositamente istituita.
Il rapporto di maggioranza imposta la necessità di ripensare l’attuale insegnamento religioso sulla base di alcune considerazioni:
a) i cambiamenti strutturali nella popolazione impongono alla scuola di “diventare laboratorio del multiculturalismo”;
b) l’insegnamento religioso attuale nelle scuole pubbliche ticinesi mostra un distacco progressivo dei giovani da questo tipo di formazione. A prescindere dalle scuole elementari, per le quali, come dice il documento dipartimentale sulla Situazione attuale dell’insegnamento religioso, “non si dispongono [sic!] di dati cantonali” (testimoniando così clamorosamente che non solo la cultura religiosa, ma anche la competenza linguistica è in vertiginoso declino, a cominciare proprio dal DECS), la partecipazione al corso di religione cattolica parte da un 72% degli allievi in prima media e precipita al 7% nelle medie superiori.
Vorrei esaminare ora la questione in termini puramente culturali ed educativi. Parto dall’assunto che la fede religiosa sia un fatto privato e che perciò l’istruzione catechistica propriamente detta incomba alla famiglia e alla chiesa di appartenenza. Lo Stato è coinvolto in questo insegnamento solo se la tradizione religiosa assume una rilevanza culturale imprescindibile. E questo è indubbio: il cristianesimo percorre la storia dell’ Occidente e ne permea le vicende culturali, politiche, economiche e militari al punto tale che chi non conosca i fondamenti della teologia cristiana e i testi della sua rivelazione rimane escluso dalla comprensione autentica sia di tanti processi storici, sia della gran parte delle opere letterarie e artistiche. E questa appunto, mi pare, è la situazione attuale della stragrande maggioranza degli studenti ticinesi.
Questa ignoranza della tradizione esclude le giovani generazioni non solo da una comprensione profonda della nostra cultura, ma anche dal coltivare un senso di appartenenza ad essa. E qui dal problema culturale si passa a quello educativo. Il dialogo con l’altro è possibile quando gli interlocutori partono da posizioni diverse ma saldamente possedute: ma come può dialogare un cristiano con un musulmano, se quest’ultimo conosce la sua dottrina e il cristiano la ignora? Il rispetto può essere solo reciproco: come può rispettare le convinzioni e le tradizioni di un altro chi non ne ha di proprie?
Sulla base di queste considerazioni, esaminiamo ora il rapporto di maggioranza della Commissione: la proposta in sé può essere buona, perché avoca allo Stato il compito di fornire quella parte di cultura religiosa che è indispensabile per rendere i giovani partecipi della nostra identità culturale e aperti a quelle altrui. Ma al momento attuale, questa resta solo una dichiarazione d’intenti: tutto dipende da come verranno pensati il programma d’insegnamento e l’approccio didattico.
Nella peggiore delle ipotesi, il corso d’insegnamento religioso, obbligatorio alla scuola media, introdurrà una spolveratina di ebraismo, islamismo, buddhismo, new age e cristianesimo: in identiche proporzioni, ritengo, in nome della par condicio e del rispetto delle diversità. Questo zapping superficiale fra tradizioni religiose diverse servirebbe poi per un chiacchiericcio altrettanto superficiale tra gli allievi, che, “dialogando”,dovrebbero imparare a rispettare le reciproche diversità. Dal punto di vista culturale, un insegnamento del genere non varrebbe gran che; dal punto di vista educativo, avrebbe probabilmente valore nullo. Guido Piovene irrideva, già nel 1955, l’ingenua pretesa che «la conoscenza reciproca conduca sempre alla mutua intesa». Guardiamoci dal ragionare per formule semplicistiche, noiose e false come queste: la conoscenza può essere utile al rispetto, ma solo quando è profondamente acquisita; e comunque, di per sé non è affatto sufficiente. Si educa al rispetto dell’altro con le piccole regole quotidiane, non con i grandi discorsi retorici: insegnate a rispettare il quaderno e la cartella dell’altro, e otterrete anche il rispetto del crocifisso e del velo islamico. Insegnate a non ridere della stupidità di un’uscita infelice e otterrete il rispetto delle persone e delle idee.
Ipotizziamo adesso invece un programma e un’impostazione didattica quali a me sembrano ottimali. La cultura religiosa va trattata appunto in quanto cultura: ossia come somma di elementi dottrinali, etici, estetici e politici che hanno formato tradizioni, identità culturali, modi di vivere e di pensare. L’impostazione laica di questo insegnamento va da sé: il che esclude che sia impartito da ministri di culto o da missionari di qualsiasi religione, ai quali non si può chiedere di prescindere dalle proprie convinzioni religiose per privilegiare esclusivamente il fatto culturale e storico. Si insegni allo studente a capire il senso spirituale di un’architettura romanica o gotica, degli affreschi delle nostre chiese, delle feste liturgiche che scandiscono la nostra vita; i puntigli teologici che hanno portato alle guerre fra protestanti e cattolici, fra musulmani e cristiani, allo sterminio degli eretici, ai pogrom degli ebrei.
La storia, se adeguatamente conosciuta, può essere maestra di tolleranza. Si affronti il problema se la penitenza sia un sacramento istituito da Cristo oppure no, se la verginità di Maria vada intesa in senso cattolico o protestante; se la lettura corretta del Corano sia quella sunnita o sciita, fatimita, ismailita ecc. Forse, sprofondando nei grovigli dottrinali e nelle atrocità che sono derivate dallo sposare l’una o l’altra interpretazione in modo integralista, si svilupperà negli studenti lo stupore per quanto fanatismo possa nascere da semplici formule verbali, quando vengono attribuite a un dio – anzi, all’unico Dio. E sarà questa la vera lezione di tolleranza.
Concludo. Occorre introdurre un cambiamento nella situazione attuale, pienamente insoddisfacente. Ma se la cultura religiosa è da ritenersi indispensabile per la comprensione delle civiltà, a cominciare dalla nostra, allora non è giustificabile che se ne faccia un insegnamento f acoltativo, riservando a pochi qualcosa che serve a tutti. Il progetto di maggioranza opta, infatti, per un insegnamento obbligatorio delle tradizioni religiose, impartito da docenti designati dallo Stato. Vale la pena di approfondire: si definiscano i programmi, i modi d’insegnamento, la professionalità dei docenti e poi si potrà valutare pienamente una proposta che può stravolgersi dall’utile all’inutile a seconda dell’applicazione.