Come studioso interessato ai problemi della montagna ho avuto modo di vedere crescere l’Istituto internazionale di storia delle Alpi ( ISALP) e di collaborare, anche marginalmente, alle sue attività. In pochi anni è stato fatto un lavoro formidabile: una rete di ricerca internazionale di tutto rispetto, un supporto per dottorandi e laureandi e delle pubblicazioni di grande qualità, come l’ultima, Alpi - Ande - Himalaia, notevole per rigore, creatività e confronto teorico. Non posso che deplorare l’agire dei vertici dell’Università della Svizzera italiana, anche se non sono affatto stupito. Chasper Pult mi disse una volta che a suo parere negli anni 70 il Ticino aveva voltato le spalle alle Alpi.
Aggiungo che oggi le Alpi si sono vendicate e gli sono crollate addosso sotto la forma di una valanga di camion rumorosi e maleodoranti. L’ignoranza è madre di molte sventure e in gran parte anche della nostra, che non abbiamo saputo, o non abbiamo voluto, quando potevamo, sviluppare la conoscenza sulla montagna. Non conosco i retroscena di questa vicenda, ma l’Università della Svizzera italiana, alla prima difficoltà, non ha forse dato prova di poca sensibilità nei confronti del territorio nel quale evolve? Affermare in tal modo la chiusura dell’ISALP non è forse anche un errore di comunicazione (!) che viene a ledere la sua immagine, perlomeno nel panorama internazionale della ricerca storica e umanistica? Perché allora non andarsene? No, sarebbe meglio che l’Università torni sui suoi passi.
Poiché per il Ticino la scomparsa dell’ISALP sarebbe una vera perdita.
Già oggi è un punto di riferimento, di apertura e di confronto con altri luoghi, altri territori, altre storie. È insomma garanzia di rigore scientifico e di eccellenza per il giovane studioso. E per tutti i ticinesi è possibilità di recuperare un minimo di conoscenza scientifica sui problemi della montagna. Teniamoci questo istituto che vale molto, ma molto di più di due posti di lavoro a metà tempo.