ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


A che ci serve una scuola magistrale griffata?


Non c'è verso di venirne fuo­ri. Puntuale come un orolo­gio svizzero, ecco che si ri­parla del DFA, vale a dire il Dipartimento Formazione e Apprendi­mento della SUPSI, che neanche quin­dici anni fa si chiamava ancora Scuola magistrale - e tale rimane, al di là dei restyling semantici. L'ultima volta è suc­cesso in Gran Consiglio a metà marzo, quando si trattava di discutere il reso­conto sul suo mandato di prestazione. Naturalmente da più d'uno schieramen­to politico sono giunte, fuori tempo mas­simo, nuove recriminazioni sulla deci­sione di consegnare la Magistrale alla SUPSI, con un mandato in bianco. Ma c'era poco da colorare, tre anni fa. Nel frattempo la SUPSI ha fatto quel che ha potuto, anche grazie alla nomina della direttrice sbagliata, che dopo poco più di un anno è stata gentilmente conge­data. Tuttavia è inutile continuare a gi­rare in tondo attorno alla direttrice e al­la fretta che contraddistinse il passag­gio di questa scuola da mamma DECS a una più disinteressata nutrice, tanto che Manuele Bertoli, direttore del DECS, a un certo punto del dibattito è sbotta­to: «Sarebbe improvvido ricominciare la discussione sulla scelta fatta nel 2009 di trasferire l'Alta scuola pedagogica sot­to la SUPSI. Sostanzialmente, non cre­do che la collocazione dell'istituto sia il problema centrale. L'idea di fondo è cor­retta, perché la SUPSI è un istituto che prepara alla professione. Concentria­mo quindi le energie sulla soluzione dei problemi»: sante e appropriate parole che, c'è da sperarlo, metteranno la pa­rola FINE a questo continuo girare at­torno ai problemi veri, che sono molti e importanti. E vengono da lontano.
La vecchia Magistrale seminariale, che diplomava i suoi maestri a vent'anni, poteva essere un po' in difficoltà verso la seconda metà degli anni '70, dopo aver rifornito le scuole comunali di cen­tinaia e centinaia di insegnanti. Anche grazie alla diffusione dei licei, il Parla­mento decise di abbandonare quel mo­dello e di passare a una scuola post-li­ceale, della durata di due anni: era il debutto della terziarizzazione. Nondi­meno la Magistrale che nacque negli anni '80, fors'anche a causa della gra­ve disoccupazione che aveva colpito le scuole comunali, non ha saputo costrui­re un modello formativo collaudato e, soprattutto, efficace. Col suo travaso acritico nell'Alta Scuola Pedagogica, av­venuto giusto dieci anni fa, la frittata avrebbe raggiunto il culmine, grazie ai suoi orpelli caduti sull'istituto locarne­se chissà da dove: dapprima il cosiddet­to «Modello di Bologna», coi suoi diplo­mi anglofoni e i suoi organigrammi mo­dulari; eppoi, praticamente in contem­poranea, i dogmi della famigerata CDPE, ovverossia la Conferenza svizze­ra dei direttori cantonali della pubbli­ca educazione. Nell'ultimo decennio i diktat della CDPE hanno rappresenta­to l'alibi di tanti mali della Magistrale. La Conferenza, infatti, è responsabile del riconoscimento dei diplomi a livel­lo nazionale; se si vuole che la patente di maestro di scuola elementare - par­don, il Bachelor of Arts SUPSI in Inse­gnamento nella scuola elementare - possa essere impiegata, per dire, anche nell'Appenzello interno o nella Vallée de Joux, occorre sottostare alle sue rego­le. Forse, però, è giunto il momento di rinunciare al marchio CDPE senza trop­pi rancori, mettendolo nello stesso cas­setto in cui è stata riposta la prima di­rettrice del DFA. Il divorzio potrebbe agevolare la nuova direzione della Ma­gistrale, la cui nomina potrebbe essere imminente. C'è da ricostruire pratica­mente ex novo una scuola che si è per­sa nelle nebbie delle tecnocrazie didat­tiche imperanti e che, alle condizioni di oggi, non sarebbe in grado di fornire al nostro Cantone - figuriamoci agli altri - un numero sufficiente di insegnanti che dovrà sostituire sul breve termine l'esercito dei baby boomer, che si appre­stano ad andare in pensione. Al posto di una scuola griffata, ci serve una scuo­la che sappia formare docenti prepara­ti ed eticamente perfetti, in grado di edu­care, insegnare e (ritornare a) far cul­tura.

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