Quando, nel febbraio del 1990, il Gran Consiglio ticinese ha varato la nuova Legge della Scuola, ha posto la necessaria attenzione affinché il sistema scolastico ticinese continuasse a perseguire quel chiaro disegno repubblicano che risaliva ad oltre un secolo prima, quando lo Stato, e con esso la Società civile, aveva deliberatamente ed oculatamente scelto di obbligare tutti i propri cittadini a frequentare la scuola.
Troppo spesso ci si dimentica che le finalità della Scuola sono chiaramente definite. Per cominciare, si precisa che «La scuola pubblica è un'istituzione educativa al servizio della persona e della società», per passare poi ad affermare che «La scuola promuove, in collaborazione con la famiglia e con le altre istituzioni educative, lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà».
Chiedo venia per la citazione un po' distaccata, che però viene spesso e forse deliberatamente occultata nella confusione che fa da cornice al dibattito sulla votazione a cui i ticinesi sono chiamati il prossimo 18 febbraio. Gli articoli 1 e 2 con i quali il Gran Consiglio ha voluto iniziare la Legge scolastica del 1990 stanno a significare che lo Stato è consapevole dell'importanza della scuola nella costruzione della Società. Non si può paragonare la scuola - e soprattutto quella dell'obbligo - ad un qualsiasi servizio pubblico, poiché la sua importanza va ben al di là degli interessi di ogni singolo individuo. In altre parole, sarebbe come se si volessero istituire tribunali privati, 'parificati' o meno, o degli eserciti esclusivi. Come padre, come cittadino e come pedagogista, sono convinto che la frequenza scolastica obbligatoria non miri solamente ad insegnare a tutti, più o meno bene, il solito "leggere, scrivere e far di conto", ma è fondamentale soprattutto per la sua capacità nel creare la coesione sociale, attraverso una lunga e complessa successione di attività che vengono svolte insieme, indipendentemente dal ceto dei propri genitori, dalle abitudini familiari, dal livello economico e culturale della propria famiglia.
La classe - il luogo cioè in cui convivono e crescono insieme per molti anni un gruppo di allievi ed il loro insegnante - non è una comunità basata sull'affetto, una sorta di club dal quale è possibile entrare o uscire a seconda del proprio grado di accordo o disaccordo; invece, e più correttamente, la classe è una micro-società basata sulle regole del diritto: è quello il luogo privilegiato in cui ogni individuo, secondo passi progressivi che scaturiscono dal suo grado di maturazione affettiva ed intellettuale, impara anno dopo anno ad 'appartenere' a questa società, impossessandosi di quell'insieme di modi di pensare, di percepire e di agire più o meno codificati (vale a dire l'insieme dei codici estetici, religiosi, morali, linguistici, tecnici, scientifici e così via) che costituiscono l'identità di un popolo: perché sono questi i tratti che, appresi e condivisi dalla pluralità delle persone, ne fanno, oggettivamente e simbolicamente, una collettività con una chiara identità, un limpido senso di appartenenza.
Ora è evidente che questa dinamica non può attivarsi nella scuola privata, che non è frequentata da tutti gli allievi - e non lo potrà essere neanche in futuro. L'educazione durante la scolarità obbligatoria deve continuare ad obbedire a questi specifici valori: per lo Stato si tratta di un momento cruciale - in caso contrario, non si capirebbe più lo scopo del rendere obbligatoria la frequenza scolastica per ben nove anni.
Perché, come scrive lo studioso francese Philippe Meirieu ("L'école ou la guerre civile", 1997) la scuola «non ha la vocazione di essere il campo di battaglia della concorrenza sociale. Chiedere alla scuola di soddisfare l'ambizione individuale di ognuno, significa condannarla a trasformarsi in un supermercato».
Alcuni direttori di scuole private non rinunciano mai ad informare la stampa quando un ex allievo coglie qualche alta carica: come per dire che i grandi cervelli del Paese han frequentato la loro scuola.
Personalmente sono convinto che sarebbero diventati scienziati o presidenti di partito anche frequentando gratuitamente le scuole pubbliche del loro quartiere: perché è facile istruire quelli che imparerebbero qualche infilzata di nozioni anche restandosene a casa, ma è più difficile insegnare a chi questo lusso non se lo potrà permettere neanche col sussidio fattogli balenare a mo' di specchietto per le allodole da iniziativisti interessati o da parlamentari che agiscono con una mano senza sapere cosa sta facendo l'altra. E aggiungono: costa anche meno. Come se fosse una novità che le scuole private non hanno bisogno né del sostegno pedagogico, né dell'insegnante per gli alloglotti, né di altri operatori specializzati, né - soprattutto - di classi poco numerose: tutte risorse importanti e costose; e, d'altra parte, chi sceglie di non mischiarsi col "popolino", di solito il sostegno (pedagogico) ce l'ha in casa.
Negli ultimi anni la scuola ticinese - e quella comunale in particolare - ha dovuto subire tagli finanziari di rilievo, in un momento in cui le necessità di intervento e di cambiamento di fronte a modifiche epocali si sono fatte sentire con tutta la loro forza: dall'esplosione delle conoscenze e delle tecnologie, ai cambiamenti strutturali della famiglia-tipo, all'immigrazione e alla sparizione della parrocchia come luogo di coesione sociale e di conoscenza reciproca. Il finanziamento pubblico delle scuole private - cioè il denaro tolto ai poveri e dato ai ricchi: una sorta di Robin Hood al contrario - rappresenta quindi un grave pericolo per tutti, poiché, se accolto, innescherebbe un'ulteriore corsa al disfacimento della società civile, di cui - francamente - non si sente proprio il bisogno.
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