Spesso, nella mia attività svolta con il Sindacato Indipendente degli Studenti e degli Apprendisti (Sisa), ho denunciato la deriva della libertà accademica delle università occidentali, causata dall’impostazione mercantilistica che l’educazione - e in particolar modo quella universitaria - ha assunto già a partire dagli anni Ottanta.
La realtà a cui mi riferisco è composta da università con sempre maggiori autonomie sia gestionali sia didattiche, le quali non hanno fatto altro che porre fortemente in concorrenza un istituto con l’altro. Apparentemente questo potrebbe essere letto come dato positivo, in quanto potremmo supporre che un’università posta nelle suddette condizioni, sia stimolata nell’offrire un’istruzione migliore: niente di più falso. In questa riflessione dobbiamo anche considerare quella che è stata negli ultimi 15-20 anni la politica scolastica dei governi dei vari stati d’Occidente, ovvero un risparmio continuo, il quale ha fatto sì che i finanziamenti pubblici delle università statali del continente europeo siano ridotti all’osso.
Dal momento in cui chi si trova nella situazione di portare avanti un’università che riceve sempre meno liquidità dalle casse statali, non può fare altro che sfruttare la libertà menzionata precedentemente per raccogliere fondi dal mondo privato attraverso quelli che vengono definiti partenariati con le imprese.
Le grosse aziende che sono interessate a mettere a disposizione parte dei propri capitali nel finanziamento accademico non sono affatto poche, ma il concetto sul quale è opportuno andare a riflettere, è che queste non sono tanto spinte da sentimenti filantropici quanto dal desiderio di ritrovarsi nel proprio organico dei lavoratori molto qualificati e istruiti nella maniera più confacente ai bisogni del mercato capitalistico; quindi non soltanto preparati nella dovuta maniera che un settore specialistico richiede, ma anche e soprattutto facilmente sfruttabili.
Le più dirette conseguenze legate a questo tipo di accordi tra il mondo dell’impresa e quello dell’educazione, sono innanzitutto un’influenza dell’economia sui contenuti dei programmi scolastici (non risulta quindi strano che i consigli di università assumano dei modelli dirigenziali analoghi a quelli manageriali che sarebbero più confacenti ad un consiglio d’amministrazione di una società anonima) e secondariamente che a beneficiare degli ingenti finanziamenti privati siano solamente quelle facoltà - in prevalenza scientifiche - che hanno poi un diretto riscontro, in termini monetari, su quello che è il mercato del momento (quando però le esigenze di questo dovessero cambiare, avremmo dei neolaureati privi di una cultura più ampia che permetta loro di andare a lavorare in un settore che non sia propriamente quello in cui ci si è specializzati, creando così un cospicuo numero di disoccupati strutturali).
In ultima analisi occorre vedere come poi queste università, nel tentativo di rendersi più attrattive nei confronti degli investitori, cerchino di accaparrarsi un maggior numero di studenti iscritti ai corsi, eseguendo un modus operandi del tutto simile a quello cui potrebbe far capo una compagnia telefonica per strappare utenti alla propria concorrenza.
Un concreto esempio di quanto appena detto, lo si è visto al Liceo Cantonale di Locarno lo scorso giovedì 4 marzo 2010, giorno in cui il Politecnico di Zurigo è stato presente nell’istituto al fine di presentarsi a quelli che sono dei potenziali universitari del futuro. La maestosità dell’intero allestimento era più che evidente: stand informativi presenti nell’atrio, esposizione di vari macchinari nell’aula multiuso, una serie di conferenze nell’aula magna e un cospicuo numero di laureandi impiegati nelle varie postazioni (ai quali va certamente riconosciuto un onesto lavoro di spiegazioni sul funzionamento dell’istituto zurighese): evidentemente i fondi a disposizione del Poli per questa operazione di marketing sono molto più ingenti di quelli d’una più modesta università nella quale vengono insegnate anche materie umanistiche - le quali sono certamente poco attrattive per un privato che intende investire nel mondo accademico - che solitamente riesce a piazzare una piccola bancarella con del materiale informativo e con pochi laureandi a presiederla. Pare pertanto evidente che una vera e propria libertà accademica non sia presente alle nostre latitudini.
Quello sul quale dobbiamo riflettere, è se vogliamo un’istruzione che sottosta alle leggi di mercato - il quale incanala le conoscenze a seconda dei suoi bisogni - oppure se preferiamo un’istruzione che rispetti le libertà d’apprendimento dei singoli individui e garantisca ad ognuno una formazione priva delle contaminazioni imposte dal “dio denaro”.
Personalmente non ho dubbi sul fatto che la seconda scelta sia quella da intraprendere.