Nella scuola si è scioperato innanzitutto per invocare il rispetto delle regole
Come sono cambiati nel tempo i criteri per assumere i docenti cantonali? Se lo sguardo si allunga su un periodo esteso, come hanno insegnato gli storici, è più facile capire se le cose sono migliorate o peggiorate. Proviamoci. E per chiarezza distinguiamo una fase di preistoria e cinque fasi più vicine a noi.
Lascio perdere la preistoria, che non possiamo giudicare con i criteri di oggi. Ma non sarà inutile ricordare che Francesco Chiesa nel 1897, a 26 anni, fu assunto come insegnante di lettere italiane al Liceo di Lugano, avendo come titolo una laurea in legge conseguita a Pavia e come esperienza una pratica di giornalista e una di segretario della Procura; sapeva solo la letteratura che gli avevano insegnato al liceo, ha dichiarato onestamente. E aveva classi di 8-9 allievi. Dopo un anno di incarico, la nomina.
Prima fase: fino agli anni ’50. I posti di insegnamento nella scuola ticinese erano pochi e i giovani aspiranti sperimentarono la scarsa occupazione.
L’assunzione era fatta per titoli ma il criterio dominante era la lottizzazione partitica.
Come oggi per i direttori delle scuole medie o i funzionari dipartimentali: tanti posti ai liberali, tanti ai socialisti, ecc. Meglio se sono anche bravi.
Seconda fase: dalla fine degli anni ’60. Vengono introdotti criteri professionali a sostituire quelli partitici. Chi cerca un posto di docente e ha i titoli richiesti partecipa a un concorso ed è chiamato a una lezione di prova davanti a una classe di ragazzi e a una commissione esaminatrice che redige una graduatoria.
Se è assunto, fa un anno di incarico e se è di nuovo giudicato positivamente viene nominato. È stata un’importante fase di consolidamento, consentita da quattro fattori incrociati: crescita economica, crescita demografica, aumento degli allievi, maggior fabbisogno di docenti.
Per definire le modalità delle assunzioni lo stato si è dato delle regole: il risultato fu chiamato “ statuto del docente”.È quanto ci si aspettava da uno “ stato di diritto ” : che non è quello dove i sudditi o i cittadini ubbidiscono alle leggi ( anche i Visigoti ubbidivano alle leggi) ma quello dove per primo lo stato stabilisce le regole e sottopone ogni suo atto a tali regole. Se un municipio deve fare un nuovo posteggio, prima fa le pubblicazioni e poi aspetta la licenza edilizia. Terza fase: anni ’ 80. La flessione demografica e la crisi economica determinano un minor fabbisogno di docenti: si introduce il precariato nella doppia forma delle ore “ congelate ” e dell’incarico pluriennale. La metafora “ congelamento ” indica che molti do- centi insegnano ma le loro ore non sono libere perché virtualmente ne sono titolari altri docenti che hanno altre incombenze nella scuola, spesso durevoli nel tempo, o che usufruiscono di un congedo non pagato. L’escamotage è quello di non fare come nelle aziende, che assumono e se poi i posti vengon meno licenziano (con quel che ciò comporta, sia per le aziende che per i dipendenti). Lo stato non licenzia, prolunga gli incarichi, cioè assume i docenti con un rapporto di lavoro che scade alla fine dell’estate, sicché un buon numero di insegnanti passa l’estate senza sapere se riavrà un posto, e in che scuola, e per quante ore. Ce ne sono in questa condizione anche da 10, 12, uno da 20 anni. Il precariato appunto. Quarta fase: da fine anni ’90 all’estate 2003. Le procedure di assunzione si complicano, e passano da uno a quattro scalini.
1 ° scalino. Come finora: escono i concorsi, chi ha i titoli è ammesso alla lezione di prova davanti a una classe di allievi e a una commissione e ottiene una valutazione.
2 ° scalino. Chi è in cima alla graduatoria è assuntoepagato a metà tempo (se ha famiglia s’arrangi); per l’altra metà tempo frequenterà la neocostituita Alta Scuola Pedagogica di Locarno per un anno. Se supererà gli esami, uscirà con un diploma di abilitazione all’insegnamento. Si noti che nessuna azienda, banca o fabbrica che sia, fa pagare la formazione ai propri dipendenti; lo stato sì. A questo punto il lavoro è almeno assicurato?
3 ° scalino. Se ci sono ore disponibili, l’anno successivo il postulante potrà insegnare: al 100, al 50, al 30 per cento; se non ci sono ore disponibili, allo zero per cento. Dipende dalla contingenza. Si capisce comunque che, affinché tutti i licenziati dell’annata (che hanno insegnato al 50%) trovino il pieno impiego, occorrerebbe che i posti nel frattempo siano raddoppiati. Cosa che in genere non si verifica. Ma non è finita.
4 ° scalino. Alla fine dell’anno altra valutazione, immissione in un’altra graduatoria; che però rimette in questione tutti gli incaricati, anche da molti anni. Perché nel frattempo è stato cancellato un criterio consolidato e funzionante per anni: l’anzianità di servizio. Tutti gli incaricati, freschi o di lungo corso, sono riportati alla pari alla linea di partenza: competano tra di loro. Quali sono gli effetti? Quattro almeno: moltiplicazione dei controlli, insicurezza generale, scontentezza dei lavoratori, perdita di attrattività della professione (non ho detto nulla del peggioramento delle condizioni salariali che ha accompagnato negli ultimi anni la vicenda che qui si sta delineando). Meglio del Giappone, si dirà, dove mi risulta che i giudizi che influiscono sulla carriera si redigono alla fine di ogni settimana; come nelle aziende in genere, dove l’insicurezza è ormai diffusa. Ma è questo l’obiettivo a cui deve mirare lo stato, per un settore delicato come è la scuola: adeguarsi al peggio? E pensare che gli illuministi ( di cui ci diciamo figli) predicavano che compito dei sovrani illuminati è quello di garantire ai popoli la felicità! Quinta fase: autunno 2003. La doppia violazione delle regole: nel giro delle stesse settimane il Consiglio di stato fa saltare le regole di funzionamento del governo ( il 17 ottobre) e le regole per il mantenimento della pace sociale ( le “ misure ” sulle spalle dei dipendenti sono decise unilateralmente, senza negoziazione sindacale). Un fatto grave e unico. Della prima violazione sembra che i governanti si siano resi conto ( hanno fatto marcia indietro tra l’indignazione e la preoccupazione generale). Della seconda violazione no. È per questo che c’è agitazione nella scuola e si è scioperato. Prima di ogni altra cosa, per invocare il rispetto delle regole ( quello che i docenti insegnano e pretendono dai loro allievi) e il primato nella scuola delle ragioni della cultura su quelle dell’economia ( o forse di una certa economia). In aggiunta, potrebbe essere istruttivo indagare come al cambiamento delle cose corrisponda il cambiamento del linguaggio e delle forme di comunicazione. Facciamo solo qualche prelievo.
Negli anni ’ 80 all’imbarbarimento delle cose è corrisposto un imbarbarimento del linguaggio. Si pensi solo alla formula “ mercato del lavoro ” , in sé insopportabile perché equipara le persone alle merci. Ma almeno le parole corrispondevano alle cose; sta a noi accorgercene ancora. Poi anche gli economisti, e i politici, hanno raffinato gli strumenti e hanno scoperto che quel che conta è l’IMMAGINE, non la SOSTANZA. Hanno letto (forse) il capitolo XVIII del Principe di Machiavelli dove si raccomanda ai governanti di simulare e dissimulare, perché moltissimi sono quelli che si lasciano ingannare; e hanno imparato che le brutte cose possono essere mascherate o sottaciute. Basti pensare alla fortuna della formula “ razionalizzazione delle aziende ” : sembra invocare la “ ragione ” ma si traduce in genere in profitti da una parte e in licenziamenti dall’altra. Nel nostro caso ticinese val la pena segnalare almeno quattro trucchi nell’uso delle forme della comunicazione.
1. La falsa alternativa: si aggiunge un’ora di lezione ai docenti per non aumentare gli allievi di ogni classe ( che sarebbe cosa ben peggiore: dunque siamo stati bravi e siate contenti). E` una trappola logica perché è posta come l’alternativa unica possibile, mentre è solo un’alternativa; il terreno della scelta sta a monte e non è messo in gioco.
2. L’uso della sineddoche: la parte per il tutto o il tutto per la parte (diciamo “ occhi azzurri ” , ma è azzurro solo l’iride). Si continua ad identificare il lavoro dei docenti con le lezioni, 23 o 24 o 27 alla settimana ( la parte), sottovalutando o azzerando tutto il resto ( preparazioni, correzioni, riunioni, colloqui), non visibile come in un ufficio.
3. Il rifiuto di dire le parole giuste: non TAGLI (è parola violenta) ma MISURE DI RISPARMIO. Si unisce a un concetto di equilibro (misura) una virtù domestica (risparmio). Si prova vergogna: non nel fare i tagli ma nel dirli.
4. Lo schiacciare le cose sui dati tecnici numerici. Così l’aumento di un’ora ai docenti, a parità di salario, farà risparmiare “ 2100 ore ” , scrive il messaggio del Consiglio di Stato. Non solo non si danno le ragioni del provvedimento ma non si dicono, o non si dicono chiaramente, le conseguenze sociali: in verità sono quasi 100 posti di lavoro, per 100 a 200 PERSONE, non ORE ( siano essi docenti già in servizio che resteranno senza posto, o siano giovani - totalmente ignorati - ancora fuori dalla scuola che resteranno nella disoccupazione). È più vantaggioso dire “ 2.100 ore ” : la cosa sembra indolore, non fa male, è solo una cifra contabile.
Ma c’è anche un’ultima modalità comunicativa che è entrata in gioco, e meriterebbe un discorso a sé: il silenzio e la rimozione dei conflitti. Rifiutare la discussione con i sindacati - prima, non dopo - diventa anche il rifiuto di voler costruire la persuasione, che è il fondamento della convivenza democratica.