La Svizzera Italiana ha ormai perso una partita che in realtà non ha voluto giocare
Come sta l’italiano in Svizzera? Bene (o almeno abbastanza) in Ticino e nei Grigioni, molto male nel resto del Paese, dove sta letteralmente scomparendo anche come semplice lingua d’uso familiare. Ad indicarlo con chiarezza sono i dati dell’ultimo censimento federale, analizzati da Sandro Bianconi e Matteo Borioli in uno studio pubblicato proprio in questi giorni dal nostro Cantone.
Cosa dire? Innanzitutto che nulla è dato per sempre. La diffusione oltre Gottardo della nostra lingua è stata determinata, a partire dall’immediato dopoguerra e sino agli anni Ottanta, dall’importante presenza degli emigrati italiani: un fenomeno irripetibile che ha ormai esaurito il suo ciclo storico. La piena integrazione di quella comunità nella realtà elvetica ha fatto sì che man mano, di generazione in generazione ( e siamo alla terza), l’italiano venisse abbandonato ( o messo in secondo piano) a vantaggio della lingua del posto, tedesco o francese che sia. Ogni medaglia, insomma, ha il suo rovescio, e indietro non si può tornare.
Semmai, quello che possiamo fare ora, mentre i buoi sono di fatto già fuggiti quasi tutti dalla proverbiale stalla, è perlomeno chiederci perché tanta potenzialità culturale non sia stata minimamente tenuta in considerazione nel passato, perché le Autorità della Svizzera Italiana (e assieme ad esse, ovviamente, la nostra intera comunità) non abbiano fatto nulla per sfruttarne ( e conservarne) l’indubbia ricchezza. Non si tratta di intentare processi a chichessia, né di costruire inutili dibattiti sulle fondamenta del senno di poi, ma la recita del « mea culpa » non è operazione sempre sterile. E allora va detto che, al di là dell’indifferenza e dell’ignavia, un ruolo fondamentale nel determinare il disastro odierno l’ha giocato senza dubbio una scelta politica miope: quella di puntare, a salvaguardia dell’italiano, sul principio della territorialità, concetto sostenuto in chiave esclusivamente cantonalistica e ribadito nel contesto della discussione attorno al nuovo articolo costituzionale sulle lingue. Da qui è disceso un altro errore: quello di rinunciare (di fatto e al di là di qualche sporadico e retorico proclama) a lottare, a livello nazionale, affinché si trovasse uno spazio adeguato e dignitoso all’insegnamento dell’italiano nelle scuole pubbliche svizzere, dalle medie alle università.
Voler intervenire adesso, voler cambiare marcia, può essere operazione saggia, ma talmente tardiva che c’è da dubitare possa produrre qualche frutto. D’altra parte ne fanno fede, in termini esemplari, da un lato le decisioni della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica istruzione sulle lingue seconde da insegnare ai nostri ragazzi, dall’altro la scelta vergognosa del Consiglio federale di cancellare il progetto di una legge federale sulle lingue.
In quest’ottica, si può ben dire che la Svizzera Italiana, paradossalmente, ha ormai perso una partita che in realtà non ha mai voluto giocare veramente sul piano nazionale, pur avendo in mano qualche buona carta da porre sul tavolo. E oggi si ritrova più che mai sola.
Cosa ci resta da fare, allora? Prendere atto che il « patatrac » c’è stato ed accontentarci di coltivare il nostro orticello casalingo scordandoci la campagna che lo circonda? Può darsi che a questo punto sia cosa saggia, ma rintanarsi nei « ridotti » difensivi può essere utile in termini immediati, mai in quelli medi e medio lunghi. Dunque proviamo perlomeno a voltar pagina, chiedendoci se non sia il caso di cercare qualche sbocco, qualche margine di manovra anche minimo da sfruttare per far sentire ancora la nostra voce oltre la sconfitta.
E’ ben difficile proporre ricette in tal senso. Combattere la diffusione generalizzata e sempre più precoce dell’insegnamento dell’inglese nelle scuole, ad esempio, appare cosa vana (sebbene meriterebbe qualche riflessione critica che qui in ogni caso non c’è modo di sviluppare). Forse meno inutile sarebbe però tentare di far capire che se imparare quella lingua straniera è un diritto degli allievi svizzeri, sarebbe comunque un loro dovere imparare (prima o assieme poco importa) anche le parlate nazionali: un dovere cui è legata la stessa continuità del modello istituzionale che ci siamo dati nei secoli. Se si desidera mantenerne lo spirito, è da simili sacrifici che bisogna passare. Si tratta di un impegno non indifferente, ma il santo non vale forse la candela?