Berlusconi, gran vincitore dell’ultima contesa politica italiana, ha risposto con baldanzosa sicurezza a chi, durante la campagna elettorale, gli domandava quali erano i suoi obiettivi essenziali nell’ambito della scuola. «Occorre – ha detto – imporre il primato delle tre “i”: inglese, informatica e impresa». Uno slogan efficace sul piano mediatico: semplice e preciso, che racchiude in sé il senso di un programma operativo concretissimo e comprensibile ai più, nel segno della ricerca dell’efficientismo in un «pianeta» – quello scolastico, appunto – che avrebbe perso i contatti con la realtà dell’odierna società e delle sue finalità produttive.
Siccome questa visione berlusconiana della scuola non è patrimonio esclusivo del cavaliere, ma è largamente condivisa anche in tanti altri Paesi e pure dalle nostre parti, vale forse la pena rifletterci sopra.
La prima considerazione concerne la definizione riduttiva degli ambiti di riferimento: una lingua «globale» che certo non deve essere intesa nella sua ricchezza e nella sua valenza culturale, ma solo in quella spicciola e tristemente limitata di un minimo comun denominatore comunicativo essenziale (l’inglese, insomma, che ognuno di noi può imparare, con un minimo di buona volontà, durante l’arco di due o tre mesi in qualsiasi corso serale e che poi gli consente di navigare in internet e di sopravvivere qualche ora in ogni aeroporto continentale); poi l’accesso ai sistemi informatici correnti, nel senso (anche qui inevitabilmente «povero») d’essere capaci di sfruttare al massimo le potenzialità di un computer una volta in grado di accenderlo, operando in sintonia con le molte offerte del relativo sistema; infine la volontà d’essere in piena e diretta sintonia con le necessità delle imprese, cioè d’essere pronti a soddisfare i (pur sacrosanti) bisogni del mondo del lavoro. Un po’ poco, nell’insieme, per ciò che attiene alle esigenze (e ai diritti) di formazione dei giovani, che senz’altro meritano in ogni caso qualcosa di più, sul piano delle offerte culturali primarie, da un’istituzione pubblica che rimane fondamentale per ogni società liberale e per la «costruzione» di cittadini consapevoli del proprio ruolo civile.
La seconda considerazione tocca l’ambito generale e speculativo dei compiti che si vogliono affidare o meno alla scuola. Essa deve avere esclusivamente una finalità pratica, quindi utilitaristica, oppure deve riuscire a trasmettere anche altri «messaggi» non necessariamente (o soltanto) in sintonia con le aspettative di chi opera al di fuori delle sue aule? La domanda non è peregrina: è di quelle che si trascinano da sempre e alle quali nel passato, in termini per molti versi armoniosi più di quel che oggi si tende ad immaginare, si è saputo comunque dare una risposta affermativa sul terreno programmatico. Si dirà che i tempi sono mutati, ed è vero, ma non si è ancora saputo dimostrare che quel che è stato fatto ha dato frutti cattivi mentre quel che si sta facendo adesso ne ha dato di buoni, anzi.
Il fatto è che sull’altare di un presunto efficientismo più che altro di maniera (complici le asticelle propedeutiche poste da noi sempre più in alto dai Politecnici federali e dalle diverse facoltà scientifiche universitarie) è andato mano mano a farsi benedire lo spirito che, ad esempio, aveva sorretto non solo i principi formativi della cosiddetta «maturità», ma anche quelli della formazione, alternativa, più prettamente professionale.
In termini non diversi, è andata smarrita, e sempre di più lo sarà, senza correttivi che tardano a venire (e che probabilmente nemmeno verranno più vista la scarsa sensibilità dei tempi), la volontà di affidare alla scuola anche un compito essenziale nella formazione «umanistica» dei ragazzi, nell’offrire loro, al di là delle conoscenze necessarie delle formule scientifiche imperanti, anche qualcosa d’altro non immediatamente riconducibile ad un uso pratico, se non per lo spirito. Qualcosa, insomma, che sia utile senza essere bassamente utilitaristico.
Nel 1998, dunque appena tre anni fa, il Corriere del Ticino aveva commissionato un ampio e articolato sondaggio sui desideri e gli auspici dei ticinesi. Per ciò che concerne la scuola, giova ricordare che, oltre ad un netto apprezzamento generale per il nostro sistema formativo pubblico, una buona maggioranza degli intervistati aveva posto l’accento sull’opportunità di accrescere almeno l’indirizzo umanistico dei curriculi liceali: una scelta da intendere non tanto come il desiderio di un ritorno nostalgico al passato, quanto piuttosto come l’affermazione della consapevolezza che sia necessario ripensare le tendenze in atto per cercare d’evitare che i nuovi laureati nulla sappiano, ad esempio, della differenza fra una chiesa romanica ed una gotica, che nulla conoscano di Dante, Manzoni o Gadda, o ancora che non riescano a dire se Carlo Magno si è impicciato delle sorti dell’Europa prima o dopo Napoleone. Una questione di «radici», dunque, per conoscere (e riconoscere) le quali qualche sforzo bisogna pur farlo pena l’estraniazione dalla linea di un’identità in ogni caso fondamentale anche per i «tecnici» di domani.
Come detto, la direzione imboccata negli ultimi decenni, e ancor più negli ultimi anni, è tutt’altra, purtroppo. C’è ancora modo di cambiare le cose in maniera intelligente ed armoniosa, cioè rispettosa delle più diverse esigenze che la tradizione e la modernità assieme ci impongono, senza danneggiare sia l’una che l’altra? Difficile dire. I segnali che ci arrivano dalle aule scolastiche che stanno chiudendo per ferie non sono incoraggianti, né qui né altrove. Il guaio è che la scuola, cosí stando le cose, rischia di diventare alla fine non solo il regno delle tre «i» berlusconiane, ma anche di altre «i» inevitabilmente conseguenti: ignoranza, immotivazione, incompletezza, impreparazione...