ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


È suonata la campanella ma gli esami di maturità?


Leggo sul «Corriere della Sera» del 24 aprile una bella e condivisibile riflessione del prof. Nuccio Ordine, autore del fortunato L’utilità dell’inutile (Giunti editore, 2017), in cui rivendica «l’utilità» della presenza del docente in classe: «Solo l’incontro con gli studenti, in aula, può dare un senso forte all’insegnamento e alla vita stessa di un docente». Il sottoscritto, neopensionato docente dopo quarant’anni di (spero) onorato servizio, non ha avuto l’opportunità di provare l’ebbrezza del teleinsegnamento, di immaginare cioè lezioni, esami e maturità impartiti davanti a uno schermo, magari in «giubba domestica», come diceva agli amici Manzoni. E non è un dettaglio: presentarsi davanti a una classe contento di incontrare i tuoi studenti e vestito «condecentemente» (Machiavelli) è l’inizio di una buona lezione.

Ora, in questo stato di emergenza, è giusto ricorrere alla didattica digitale per salvare un anno scolastico messo a morte dal virus; ma questa non deve essere la didattica del nostro futuro. Sono certo che i colleghi ancora in servizio apprezzano molto la presenza in aula del professore, che può controllare con lo sguardo l’attenzione dei suoi allievi, che può leggere la noia o l’entusiasmo sui loro volti, che può strappare un sorriso per una battuta lasciata cadere al momento giusto e che può accendere entusiasmi o spegnere contestazioni o accettare critiche. Nuccio Ordine scrive, e come non dargli ragione, che «basta una domanda insidiosa per metter in crisi le tue sicurezze, per aiutarti a riflettere su cosa hai sbagliato. Perché anche i professori sono studenti che imparano». Quindi, con il rigoroso rispetto delle prescrizioni di sicurezza indicate dagli esperti e superando la comprensibile paura dei genitori, è necessario ritornare al più presto in aula, soprattutto per il bene degli allievi. Anche solo per tre settimane o cinque, se si decidesse (e sarebbe una giusta decisione) di chiudere l’anno scolastico a fine giugno: il doloroso stacco di sei mesi (se si dovesse riprendere il cammino bruscamente interrotto verso la scuola solo a settembre) sarebbe un fardello psicologicamente troppo pesante da portare sulle spalle, soprattutto per gli allievi più giovani. Lo sanno benissimo i docenti, la cui voce, come quella delle organizzazioni che li rappresentano, andranno ascoltate anche perché spesso offrono soluzioni originali.

Spostandoci su un livello più alto degli studi, sorprende la risoluzione presa dal DECS che non solo cancella gli esami orali di maturità, ma vorrebbe abolire anche le prove scritte, Consiglio federale permettendo. L’organizzazione degli esami di maturità, che interessano unicamente gli studenti dell’ultimo anno dei sei istituti ticinesi di scuola media superiore, è possibile nel pieno rispetto della salute pubblica; in particolare quello orale in quanto che ciascuno studente si presenta al proprio docente e all’esperto di materia a un’ora precisa di un determinato giorno secondo un calendario prestabilito dalla direzione del suo istituto scolastico. Certo la valutazione dovrà tener conto di ciò che è successo da metà marzo in poi, ma solitamente gli esami di maturità vertono su più anni scolastici e non solo sull’ultimo. Cancellare del tutto il primo vero esame che uno studente incontra sul proprio cammino dopo 13 anni di scolarità, in cui possa dare prova della sua preparazione di fronte a un esaminatore, significa la totale indifferenza per il senso e l’importanza dello stesso. Ed è ciò che gli rimarrebbe di un anno scolastico sventurato.

Stupisce poi l’affermazione dell’on. Bertoli, secondo cui «i ragazzi sono pronti in quarta: non c’è quasi nessuno che boccia , la selezione è già avvenuta nelle classi precedenti». Ma ciò dovrebbe valere sempre, se diamo peso solo ai numeri dei non promossi. Evidentemente si dimenticano la serietà, l’interesse, le emozioni e diciamo pure la ritualità con cui gli studenti affrontano gli esami di maturità.