Ho sempre pensato che la scuola ticinese sia una buona scuola. E continuo a farlo nonostante i risultati del Pisa che la vede, con 501 punti, nel gruppo di coda delle scuole cantonali. Ecco le mie ragioni. Considero dapprima che i risultati di questa inchiesta internazionale non misurino in modo rappresentativo la qualità di una scuola. Come si sa alle prove ha partecipato solo un campione di allievi del nono anno scolastico. Un po’ poco per reputare che le loro prestazioni possano servire in modo utile per giudicare dell’intera scuola dell’obbligo. Osservo inoltre che le comparazioni dell’inchiesta Pisa considerano la competizione tra i sistemi scolastici dei diversi paesi, e delle diverse regioni, come se fosse una corsa di cavalli nella quale tutti i cavalli partono dallo stesso nastro di partenza e senza handicap. Ora la realtà è un’altra. I cavalli di questa corsa partono con handicap diversi. Può quindi capitare che un cavallo forte non possa vincere la corsa, o piazzarsi tra i primi, semplicemente perché in partenza lo hanno caricato di un pesante handicap. Non serve molto fare una lista degli handicap che pesano sulla scuola ticinese. Ma penso che sia giusto ricordare, a chi tende a sopravalutare i risultati del Pisa, che la stessa deve far fronte a un onere di integrazione degli allievi stranieri ben superiore alla media nazionale con risorse per allievo che non sono di certo superiori alla media. Benvengano quindi le comparazioni nazionali e internazionali, ma cerchiamo di capire anche perché i risultati possano essere diversi, soprattutto all’interno della Svizzera. La terza ragione che mi spinge a relativizzare i risultati dell’inchiesta Pisa ha a che fare con gli obiettivi della politica scolastica. La politica scolastica ticinese ha, sin dall’Ottocento, privilegiato un obiettivo largo di promozione di tutta la popolazione scolastica, in omaggio ai principio liberale di assicurare, nella misura del possibile, pari opportunità di partenza a tutti i cittadini. Da un paio di decenni questo obiettivo è diventato controverso. Seguendo la massima che solo i più forti potranno sopravvivere, si è fatta largo una concezione elitaria della formazione scolastica che predica l’eccellenza come obiettivo. Anche l’inchiesta Pisa si orienta, in fondo, verso questa concezione. E’ difficile pensare che la scuola possa perseguire l’obiettivo della pari opportunità e quello dell’eccellenza in modo parallelo e con la stessa efficienza. Occorre scegliere: o l’uno o l’altro. Per quel che riguarda la scuola dell’obbligo, io rimango fedele al principio liberale della pari-opportunità. Se fossi Gendotti, quindi, i risultati Pisa li metterei nel cassetto delle cose da tener presenti, ma che non sono urgenti.