Dieci anni sono passati dalla votazione popolare sull’iniziativa e sul controprogetto miranti all’introduzione dell’aiuto finanziario dello Stato alle scuole private. Il 18 febbraio 2001 l’iniziativa è stata bocciata con il 74,0% di no e il controprogetto è stato bocciato con il 73,3% di no. L’iniziativa era stata firmata da 24’140 cittadini. Nel segreto dell’urna l’iniziativa ha raccolto 2450 voti in meno. Non ci sono state sostanziali differenze regionali nel voto. Tutti i distretti hanno espresso forti maggioranze negative.
I promotori dell’iniziativa hanno tentato in tutti i modi di far prevalere la loro tesi. Manifestatasi una forte opposizione all’iniziativa essi hanno elaborato un atto che doveva essere l’arma vincente. Speravano infatti che il controprogetto, presentato come un compromesso, mentre in realtà non lo era, avrebbe rotto il fronte del no. Durante la campagna che ha preceduto il voto hanno anche stravolto il pensiero di Stefano Franscini, il padre della pubblica educazione in Ticino. Per il sì ha agito una potente coalizione, formata dal partito popolare democratico, della Lega, dalla destra liberale e dal movimento Comunione e Liberazione, con l’appoggio di due dei tre quotidiani - Corriere del Ticino e Giornale del Popolo - e l’appoggio appena mascherato della televisione pubblica e di quella privata.
Tutto questo non è servito a nulla. La causa della scuola pubblica è stata difesa dai ticinesi, compresa una parte importante del mondo cattolico, con un ammirevole impegno. La votazione popolare del 18 febbraio 2001 è stata una delle più significative degli ultimi decenni in Ticino. E ha avuto anche grande risonanza a livello nazionale. L’iniziativa mirava a ridurre progressivamente il ruolo dello Stato in materia di educazione e a sostituirlo con la crescita delle scuole private, in particolare di quelle confessionali. Per non pochi suoi promotori l’iniziativa doveva addirittura legittimare un’azione più vasta, mirante a ridurre la presenza dello Stato anche in altri campi. Doveva insomma legittimare, come è stato scritto allora, “il nuovo che avanza”.
La risposta è stata inequivocabile. È stato confermato l’attaccamento del popolo ticinese alla scuola pubblica, che garantisce la libertà nella scuola, la parità delle opportunità e la convivenza nella diversità. Nella fedeltà all’insegnamento fransciniano la pubblica educazione resta in Ticino il più alto compito dello Stato. I mezzi finanziari dello Stato devono essere destinati esclusivamente alla scuola pubblica per migliorarne la qualità.
Occorre restare vigilanti. Altre prove verranno. Non mancheranno anche in futuro tentativi per indebolire la scuola pubblica. Sono di conforto i risultati di due recenti votazioni popolari in altri Cantoni, dove sono state chiaramente respinte iniziative che chiedevano di assegnare alle scuole private un contributo per ogni allievo pari alla spesa media degli allievi delle scuole pubbliche. Nel semicantone di Basilea Campagna l’iniziativa è stata respinta il 30 novembre 2008 con il 79.2% di no. Nel Canton Turgovia l’iniziativa è stata respinta il 7 marzo 2010 con l’83,2% di no.
Ma occorre vigilare anche per impedire che siano decapitati servizi pubblici di fondamentale importanza, creati per servire l’interesse generale della comunità, e che si faccia posto alla logica del profitto a ogni costo che ignora i valori etici, favorisce l’egoismo, cancella la solidarietà. Occorre vigilare per ottenere il rispetto del bisogno di uno Stato forte, non sussidiario, di uno Stato fortemente impegnato nei settori dell’educazione, della formazione, della sanità, della socialità, della protezione dell’ambiente, della sicurezza, settori determinanti per la coesione sociale, per una ordinata convivenza.
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