In merito al ticket scolastico, don Mino Grampa («La Regione», 27 gennaio 2001, p. 4) pone la domanda di fondo: «Siamo convinti che anche le "scuole private riconosciute" svolgono un servizio pubblico e di conseguenza riconosciamo un modesto, ma importante contributo alle famiglie...?». La mia risposta è «no, non ne sono convinto»; in aggiunta a quanto ho già scritto (Ivi, 17 gennaio 2001, p. 4), cercherò di spiegarmi partendo proprio dalle osservazioni del rettore del collegio Papio.
Don Grampa ammette che la scuola privata non sia aperta a tutti: «é normale che non possa accogliere tutti gli allievi, ci mancherebbe altro! Anche il nuovo articolo di legge, se approvato, legittima che debba accoglierli solo nei limiti delle proprie capacità». Appunto. La scuola privata non può, quella del cantone e dei comuni invece deve accogliere tutti gli allievi; e allora, chi svolge un servizio pubblico?
Don Grampa sostiene che il suo collegio (compresa la scuola media) ha per scopo di preparare alla maturità federale. Ma la scuola media non ha lo scopo esclusivo di preparare al liceo; anzi, ha per compito primario di garantire a tutti un'istruzione di base. Con il numero chiuso e, all'occorrenza, con gli esami d'ammissione le scuole private cercano di lasciare fuori dalla porta tutti i casi problematici. Dunque, non si può parlare di servizio pubblico.
Scrive ancora don Grampa: «La scuola privata è vista come complementare e integrativa a quella dello Stato», perciò «non può e non vuole sostituire la scuola dello Stato». Non è vero. Sulle scuole medie, ho detto; per quanto riguarda i licei, il collegio Papio di Ascona e il collegio Pio XII di Breganzona preparano alla maturità federale rispettivamente nel Locarnese e nel Luganese, dove i licei cantonali non solo esistono, ma anzi propongono un'offerta più ampia di indirizzi formativi. Inoltre, lo Stato, grazie alla consulenza di specialisti universitari, garantisce meglio la qualità non solo didattica, ma soprattutto scientifica e culturale dell'insegnamento. E allora, dov'è la complementarità?
Conviene ora soffermarsi sulle ragioni principali che possono spingere una famiglia a preferire una scuola privata, cercando di valutare se valgono un sussidio pubblico.1. Alcuni genitori mandano i loro figli nelle scuole private perché queste offrono servizi di mensa, doposcuola e magari internato non sempre disponibili nella scuola pubblica; a queste famiglie, se poco abbienti, lo Stato già ora offre un sussidio.
2. Altri cercano nelle scuole medie private il surrogato di un ginnasio, per poi far proseguire gli studi ai loro figli nei licei cantonali. Si tratta di un fenomeno ben visibile nel Luganese, nonostante le scuole medie cantonali siano in genere migliori delle private. Sussidiare queste famiglie equivarrebbe a rinnegare i principi di uguaglianza su cui è fondata l'idea stessa della scuola media.
3. Altri genitori sono disposti a pagare una retta consistente pur di ottenere per i loro figli una promozione (oppure, nel caso della scuola media, l'ammissione a un corso attitudinale) che la scuola pubblica nega. Altri sono mossi da preoccupazioni più o meno consapevolmente xenofobe. In un caso e nell'altro si tratta di inclinazioni poco nobili, che lo Stato non dovrebbe incoraggiare.
4. Altri, infine, scelgono consapevolmente una scuola cattolica oppure abbracciano la filosofia steineriana. In un caso e nell'altro un'opzione in qualche modo confessionale prevale sulla scelta della scuola pubblica e laica; tuttavia mi soffermerò solo sull'indirizzo cattolico, che conosco meglio. A distinguere le scuole cattoliche da quelle pubbliche non sono tanto i programmi, quanto piuttosto un'atmosfera e un metodo. Le indagini sulla pratica religiosa degli studenti, le visite da parte di vescovi e cardinali, la presenza costante delle guide spirituali determina l'atmosfera. Con il metodo si fanno i conti soprattutto nelle scienze umane, quando le verità scientifiche – necessariamente soggettive, ma basate su fondamenti verificabili sperimentalmente - contrastano con l'insegnamento del magistero ecclesiastico. Quest'ultimo, poco o molto secondo la larghezza di vedute del rettore, condiziona. Ma il problema è ancora più profondo. La questione del finanziamento delle scuole private è legata a quella più ampia del finanziamento delle chiese e, in generale, delle comunità religiose. Sarebbe bene, secondo me, che tutte le comunità religiose provvedessero a se stesse basandosi esclusivamente sul contributo dei loro membri; ne guadagnerebbero in libertà e in autorevolezza esse per prime. Nessuno vieterà mai, in uno stato liberale, che istituiscano le loro scuole, se lo vogliono e se ne hanno la forza; ma lo Stato, laico a garanzia della libertà religiosa di tutti, non le finanzi. Per tutte queste ragioni, e per quelle esposte nel mio precedente articolo, voterò «no» all'iniziativa e «no» al controprogetto.
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