Il bubbone è scoppiato: lo dimostrano la manifestazione di protesta degli studenti del Dipartimento formazione e apprendimento (DFA) dello scorso giugno e le sempre più numerose ed autorevoli critiche nei confronti dell'istituto preposto alla formazione degli insegnanti ticinesi. Da parte degli aspiranti docenti, dagli ambienti universitari, da ampi settori del mondo politico il messaggio è univoco: così non va.
È raro che un ambito circoscritto (benché fondamentale) quale quello della formazione dei docenti susciti clamore mediatico: ecco quindi un riepilogo di ciò che ha portato alla situazione attuale.
Nel 2002, in conformità con quanto già in atto nel resto della Svizzera, viene fondata l'Alta scuola pedagogica (ASP), risultato della fusione tra la Scuola magistrale e l'Istituto cantonale di abilitazione; al nuovo istituto è affidata la formazione dei docenti ticinesi secondo le moderne esigenze didattiche. La perplessità non tarda a diffondersi: l'ASP, anziché favorire la crescita culturale e professionale degli insegnanti, impone una formazione fondata su criteri pedagogici sterili e mai messi in discussione; il personale docente e dirigente è spesso scarsamente qualificato, in stridente contrasto con le Alte scuole pedagogiche d'oltralpe. Alle critiche la direzione risponde, il più della volte, con uno sdegnoso silenzio, tanto più grave se si considera che il curricolo di formazione, della durata di quasi due anni, pesa interamente sulle spalle dei candidati docenti, già in possesso di una laurea (quando non di un dottorato!).
In questo contesto di diffuso disagio si verifica nel 2008 il cocente smacco del mancato riconoscimento federale dell'ASP a causa di manifeste lacune. Occorre correre ai ripari, donde un frettoloso passaggio sotto le ali della SUPSI: in pratica, un appalto sotto forma di contratto di prestazione, che sottrae la formazione dei docenti al controllo dello Stato. In contemporanea con questo trasferimento (sintomatico di una visione tipicamente aziendale della scuola) avviene il cambio di direzione e di denominazione: da Alta scuola pedagogica a Dipartimento della formazione e dell'apprendimento (DFA).
Al di là delle modalità assai discutibili (nessuna consultazione con le parti interessate, nessuna riflessione di bilancio), si poteva supporre che a questo passaggio corrispondesse un ripensamento: così non è stato. Anzi: avvalendosi dell'autonomia incautamente accordata, la nuova direzione ha ritenuto di gestire il DFA come «cosa propria», imponendo una concezione della formazione del tutto avulsa dalla realtà locale. A ciò si aggiunga il potere di alcuni capi che ottengono il reclutamento dei propri accoliti, in genere provenienti da oltre frontiera (lo provano le recenti assunzioni di docenti-ricercatori tramite concorsi farsa). E ancora: gestione di una formazione quantificata in credits alla stregua delle tessere-cumulus, assenza di trattative con i partner sociali, contratti a termine, ostilità a chi si oppone alla direzione… Ed è stata proprio la partenza di alcuni apprezzati docenti indotti a lasciare l'istituto ad avere fatto infine traboccare il vaso.
Nelle scorse settimane sono venute alla luce altre inquietanti rivelazioni, come il mancato riconoscimento di titoli conseguiti in istituti ben più qualificati del DFA: con risvolti a volte comicamente kafkiani, come nel caso (ed è solo la punta di un iceberg) del libero docente dell'università di Friburgo cui non è stato accordato neppure un colloquio di assunzione.
Mentre sindacati e associazioni dei docenti chiedono ormai esplicitamente le dimissioni della direzione, il nuovo Governo si trova nell'imbarazzante ruolo dello spettatore: ma dal DECS e dal suo direttore Manuele Bertoli ci si attendono ora risoluzioni, dato che un contratto di prestazione non è un mandato irrevocabile, e un ente autonomo di diritto pubblico (tale è il DFA integrato nella SUPSI) che giustifica ogni suo arbitrio appellandosi solo alla piena indipendenza di cui gode agisce di fatto contro gli interessi dello Stato. Invero, la riflessione dovrebbe estendersi a tutto il settore universitario, la cui quasi assoluta autonomia ha prodotto altre inquietanti situazioni: si pensi all'Istituto di studi italiani dell'USI, di fatto un feudo torinese che nulla ha finora apportato alla cultura locale se non qualche iniziativa di facciata.
Una riflessione conclusiva: chi scrive ai suoi tempi ha frequentato un istituto che recava l'umile denominazione di Scuola magistrale, il cui corpo insegnante comprendeva personalità tra le più notevoli della cultura ticinese del dopoguerra: autentici formatori (usiamo una volta tanto questo abusato titolo in modo pertinente!) come Guido Calgari, Piero Bianconi, Guido Pedroli, Vincenzo Snider, Virgilio Gilardoni, e potrei proseguire. Chi li ha sostituiti all'interno di una scuola autodefinitasi «alta»? La risposta, scontata e sconfortante, non può non ribadire un dato di fatto: così non va.