Sistema universitario in crisi In California i giovani scendono in piazza per protestare contro i gravi tagli al bilancio dell’istruzione, conseguenza della crisi economica che coinvolge tutto il Golden State
Era da tempo che non si assisteva a una protesta così estesa nei campus universitari della California, da Berkeley a Santa Curz. E con metodi anche radicali: la settimana scorsa abbiamo visto i blocchi delle autostrade, una forma di lotta frequente nella vecchia Europa ma quasi sconosciuta qui in America. Eppure stavolta gli studenti raccolgono consensi insospettati, anche a destra. L’ex portavoce di Ronald Reagan e oggi autorevole intellettuale conservatore, Peter Robinson di Stanford, sul «Wall Street Journal» difende la protesta. «Questa generazione-Io (così defnita perché considerata egocentrica e a-politica) si sta battendo per il suo futuro», scrive Robinson, che dipinge la protesta come «un gesto di disperazione» per i gravi tagli al bilancio dell’istruzione. Il suo giudizio sembra riecheggiare testualmente lo striscione degli studenti che ho visto davanti al rettorato di Berkeley: «Non distruggete il nostro futuro». I laboratori di chimica chiudono le porte in faccia a studenti che dovrebbero fare lì un tirocinio obbligatorio. Fa notizia il caso di Giulio Della Rocca, il docente universitario di matematica di 47 anni che fatica a pagare il mutuo e le bollette. La sua non è una storia accaduta in un ateneo italiano. Della Rocca è italiano ma il suo caso approda sul «Los Angeles Times» perché insegna all’università California State Long Beach. Dove gli stipendi dei professori sono stati tagliati del 20%.
38 milioni di abitanti e 1800 miliardi di dollari di Pil, un’economia di tali dimensioni da entrare di diritto nel G8 se fosse una nazione indipendente: il Golden State, come ama definirsi la California, resta un laboratorio privilegiato per capire il futuro dell’America all’uscita dalla recessione. Il magazine «Time» le ha dedicato un’inchiesta di copertina, che esordisce ricordando un formidabile bilancio di innovazioni tecnologiche, politiche, culturali e di costume che sono partite da qui: «Questo è lo Stato-pioniere che ha dato al mondo le autostrade e i microchip, i jeans e le rivolte fiscali, Hollywood e le energie rinnovabili, il salutismo e l’iPhone. È lo Stato all’avanguardia su tutti i fronti: economia, demografia, ambiente. È lo Stato più verde, il più globale, il più orientato verso l’Asia». La culla di Google e YouTube, Apple e Facebook, Cisco e Intel, eBay e Hewlett-Packard, ha plasmato la società in cui viviamo. È una vocazione che la California ha da decenni. Già nel 1949 lo storico Carey McWilliams nel saggio intitolato California, the Great Exception scriveva: «Non è uno Stato come gli altri, è una rivoluzione permanente».
Ma un ruolo essenziale in questo successo lo ha sempre avuto il sistema universitario. Fin dalla Seconda guerra mondiale, con lo sforzo bellico verso il Pacifico, i fondi per la ricerca affluirono sulla West Coast. Il progetto Manhattan per la bomba atomica coinvolse i laboratori di Berkeley con scienziati come l’italiano Emilio Segre, premio Nobel della Fisica. Negli anni Sessanta avvenne un nuovo balzo in avanti, grazie a una riforma avveniristica promossa dal governatore Pat Brown e dal presidente della University of California Clark Kerr. Con una visione lungimirante, vollero unire una democratizzazione degli studi superiori e un rafforzamento della ricerca. Nacque il modello studiato nel mondo intero per la sua flessibilità: capace di formare 21 premi Nobel nel solo campus di Berkeley, e anche di aprire l’accesso alla laurea al 50% di tutti i giovani, un record ineguagliato nel resto dell’America.
Quel modello oggi è scosso alle radici. Alle prese con un deficit pubblico di 30 miliardi di dollari, incapace di ripianarlo alzando le tasse, il governatore Arnold Schwarzenegger ha operato tagli spietati ai fondi per l’istruzione e la ricerca. Le autorità accademiche delle università pubbliche hanno dovuto prendere misure estreme. Le rette sono rincarate subito del 32%, e triplicate su base decennale. Compreso l’alloggio, uno studente della University of California deve pagare come minimo 27.500 dollari all’anno (a condizione di essere fiscalmente residente in California, per chi viene da fuori l’iscrizione è più cara). In una facoltà di giurisprudenza come la Ucla Law School il costo supera i 40.000 dollari, alla Business School di Berkeley è di 41.650 dollari all’anno.
È questo che ha scatenato in tutti i campus californiani la protesta studentesca nelle ultime settimane. Puck Lo, 29 anni, uno degli studenti fermati dalla polizia, difende così le manifestazioni: «È l’unica cosa onorevole da fare, per difendere il nostro futuro e quello degli studenti che verranno dopo di noi».
Il campus di Berkeley è un luogosimbolo, dove la protesta è destinata ad avere una risonanza unica. Qui partì 45 anni fa il più grande movimento di contestazione studentesca, preecursore del Maggio ’68 parigino. Nell’ottobre 1964, sotto la guida degli studenti Mario Savio e Jack Weinberg, Berkeley partorì la più grande protesta di massa mai vista all’interno di una università, il Free Speech Movement destinato a influenzare le battaglie per i diritti civili, contro la guerra nel Vietnam. Oggi nel cuore del campus il Free Speech Café ricorda quegli eventi con una galleria di foto d’epoca: i cimeli storici degli anni Sessanta circondano ragazzi che potrebbero essere i nipoti di Savio, affaccendati sui loro laptop e iPod. Una generazione meno ideologica. E molto più multietnica: un terzo degli studenti sono asiatici, e spesso sono i più restii a partecipare a proteste organizzate. Un po’ perché vengono da regimi autoritari come la Cina, un po’ perché hanno borse di studio dai criteri severi, e temono di perdere tempo prezioso per i loro esami. Ma per Raymond Barglow, che fu compagno di studi di Savio (morto nel 1996), c’è una continuità tra la protesta di allora e quella esplosa nelle ultime settimane: «Al centro del disagio di oggi c’è la questione del diritto allo studio, il principio per cui tutti devono avere un accesso all’università».
Sono d’accordo con lui Shayna Samuels e Glenn Turner, due studenti che incontro nel campus mentre distribuiscono volantini contro la Dow Chemical. Loro commemorano un altro anniversario, quello della strage di Bhopal in India 25 anni fa. Ottomila morti, il più grave disastro industriale della storia. «La Dow – mi dicono – non ha ancora versato le indennità dovute alle famiglie delle vittime. E intanto penetra in forze qui a Berkeley. Perché un effetto collaterale dei tagli di bilancio statali è questo: i fondi per la ricerca concessi dalle multinazionali diventano più importanti, la grande industria detta legge, è la privatizzazione strisciante della University of California».
Si può obiettare che molte università di élite americane sono private: come Stanford, qui vicino nella Silicon Valley, oppure Harvard sulla East Coast. Ma l’originalità della California è legata in modo indissolubile alla qualità delle sue università di Stato. Il mix particolare che si respira qui a Berkeley è fatto di democrazia, mobilità sociale, apertura multietnica: i valori fondamentali su cui furono riformate le università pubbliche negli anni Sessanta. E questo humus di libertà, di spirito trasgressivo, si è rivelato particolarmente fertile per nutrire generazioni di scienziati, innovatori, creatori di imprese.
Ancora oggi la California vive di rendita su questo spirito di frontiera, anticonformista e antiautoritario. È la ragione per cui i capitalisti del mondo intero continuano a scrutare questa zona d’America per cogliere quale sarà The Next Big Thing, la prossima ondata d’innovazioni, magari nel settore delle energie rinnovabili. Perfino negli anni della crisi, tra il 2005 e il 2008, il venture capital investito qui nelle tecnologie dell’ambiente è esploso passando da 456 milioni a 3,3 miliardi di dollari. Tre quinti di tutto il venture capital investito in America nelle energie rinnovabili, è finito in California.
Ma quanto può sopravvivere ancora il modello californiano, sottoposto a salassi drammatici? Come quello che costringe Lisa Vollendorf, direttrice di dipartimento alla California State Long Beach University, a imporre ai docenti la settimana di tre giorni lavorativi (con taglio di stipendi), e perfino l’uso dei cellulari personali: per staccare tutte le linee fisse della facoltà e risparmiare sulla bolletta del telefono. Un altro preside di facoltà, il 59enne fisico olandese Marten DenBoer, che dirige il Politecnico di Pomona, è pessimista: «Sarà difficile riparare i guasti che si stanno creando. I contribuenti della California, e i politici che li rappresentano, sembrano aver deciso che non vogliono più investire nell’istruzione di alto livello». Nawal Siddiqui, studente di bioingegneria indiano, si è trovato escluso dal laboratorio di chimica: con i tagli al personale, anche i posti disponibili per le esercitazioni sono ridotti.
Quanto tempo ci vorrà perché lui e altri giovani talenti stranieri rivedano la loro idea delle università americane? È l’incubo che ha Mark Levine, scienziato ambientalista al Lawrence Berkeley National Laboratory, che in qualità di esperto ha accompagnato Barack Obama nella visita ufficiale del novembre scorso in Cina. «Ormai i cinesi – dice Levine – hanno imparato da noi quasi tutto quello che dovevano imparare. Nell’efficienza di molte infrastrutture ci stanno già superando. All’America resta un solo primato assoluto rispetto all’Asia: è la qualità delle nostre università. Di questo passo, l’ultimo vantaggio che abbiamo non durerà a lungo».
"Il campus di Berkeley è un luogo-simbolo, dove la protesta è destinata ad avere una risonanza unica"