Un aspetto della più recente realtà economica per cui al frontalierato delle braccia si va aggiungendo anche quello dei cervelli, non può lasciarci indifferenti.
A questo proposito va osservato che il Ticino del Dopoguerra, da terra d’emigrazione si è trasformato in terra d’immigrazione, anche se flussi migratori all’interno dell’area settentrionale della penisola si sono, storicamente, sempre verificati.
I problemi legati all’integrazione si scontrano così con un’identità ticinese piuttosto fragile perché in gran parte “a rimorchio” di quella lombarda da un lato e di quella elvetica dall’altro.
Ciò nonostante mi sorge il dubbio che l’attuale importazione di cervelli dall’estero altro non sia che la conseguenza di una scuola pubblica impreparata di fronte all’eccessivamente “libera” concorrenza del mercato.
Assistiamo, inoltre, ad una forte espansione del mercato di certa cultura e sottocultura “mondializzata” di fronte alla quale non possiamo che costatare il relativo fallimento o la marcia sul posto delle politiche culturali cantonali e nazionali. Anche in questo caso, così come per la fine del segreto bancario, solo la consapevolezza dei tempi mutati potrà ancora salvare il salvabile.
Sono dell’idea, infatti, che soltanto un’istituzione scolastica autenticamente democratica e attenta al miglior recupero delle forze e delle potenzialità di ciascun allievo potrà, ancor oggi, far fronte al rischio d’impoverimento di tutto il paese.
La scappatoia delle lezioni private, dei soggiorni all’estero per pochi privilegiati, di forme più o meno assistenziali di dipendenza, o peggio ancora la privatizzazione dell’insegnamento non potranno aiutare le giovani generazioni ad affrontare il grave periodo di crisi che stiamo subendo.
Come avevano ben visto gli ottocenteschi fautori della Scuola pubblica, è soltanto grazie all’impegno di tutti che si potrà ancora garantire un futuro dignitoso ai nostri figli, anche perché un eccessivo ricorso alla selezione scolastica non potrà che ingenerare nuova marginalizzazione. In altri termini, non sarebbe una scuola altamente selettiva e che nulla investe per migliorare la propria qualità, quella che potrà risolvere il problema della formazione culturale e professionale.
Dubito che un esacerbato individualismo “neoliberista” possa premiare il progresso scientifico, così come non ha mai migliorato il grado di civiltà di un paese.