Anche se, nonostante la mia antica passione per la matematica, ho dimenticato quasi tutte le formule algebriche e buona parte dei teoremi, alcune cose elementari me le ricordo benissimo. Per esempio l’elevazione a potenza, che fa andare avanti le cose a un ritmo vertiginoso. Una brutta notizia non fa piacere a nessuno; una brutta notizia al quadrato diventa una pessima notizia, e se poi la eleviamo al cubo diventa una specie di catastrofe.
Ecco una brutta notizia recente: nei prossimi anni, per insegnare la matematica alle scuole medie, non sarà più necessario aver studiato matematica all’università. Se un insegnante di scuola elementare o dell’infanzia vorrà infatti partecipare al concorso da poco bandito sul Foglio Ufficiale, e se la sua candidatura verrà accolta, potrà frequentare alcuni corsi di formazione presso l’Alta Scuola Pedagogica, e successivamente andare appunto a insegnare matematica alla Scuole Medie, dove fino a poco tempo fa era richiesto, per fare lo stesso lavoro, un titolo universitario di livello superiore (un «master », come si dice oggi). Ora: può darsi che un maestro sia bravissimo in matematica, e che i corsi formativi lo mettano in condizione di insegnare discretamente la materia ai ragazzini delle Medie. Ma quando uno studente curioso chiederà: scusi professore, perché bisogna perdere tempo con le equazioni algebriche? Sa, io proprio non capisco il concetto di «zero»: che cos’è lo zero? Per risolvere il problema ho trovato una soluzione diversa dalla sua: va bene lo stesso? E come mai ci sono diverse soluzioni per uno stesso problema? Quando uno studente chiederà queste e altre cose: come potrà rispondere l’insegnante di matematica che non ha studiato matematica? Io temo che sarà obbligato a dire: bisogna fare così perché così prevede il programma; punto e stop. E non fatemi domande che non c’entrano: dobbiamo andare avanti, se no perdo il filo.
Questa era la cattiva notizia: il livello di preparazione degli insegnanti sarà, in un futuro molto prossimo, peggiore di quello attuale. Adesso eleviamola al quadrato: come mai le autorità scolastiche hanno preso una decisione così discutibile? La risposta è semplice (così semplice che le autorità scolastiche hanno dimenticato di darla): non si trovano più insegnanti di matematica. Ma guarda: e come mai non si trovano matematici che vogliono insegnare la matematica alle Scuole Medie? Sarebbe bello saperlo: si può pensare, comunque, che un matematico non abbia più molta voglia di insegnare alle Scuole Medie. Può fare qualcos’altro? Sì, può farlo, e lo fa: fuori dalla scuola, in un’azienda, in una banca, in un ufficio, trova condizioni di lavoro migliori e possibilità di carriera più interessanti. Chi glielo fa fare di andare alla Scuola Media? Insomma: se non si trovano più così facilmente insegnanti di matematica (e forse altre discipline si aggiungeranno presto all’elenco), vorrà dire che la Scuola non è più così attraente, che il lavoro dell’insegnante ha perso smalto, prestigio e, soprattutto, impone condizioni peggiori di quelle offerte dal settore privato. Sicché anche la Scuola peggiorerà, perché i potenziali insegnanti meglio formati e più preparati andranno, se sarà loro possibile, altrove. E questa è una pessima notizia.
Terzo passaggio: elevazione al cubo. Il comunicato delle autorità dipartimentali che annunciava la cattiva notizia (e taceva sulla pessima) avrebbe potuto dire: «purtroppo ci troviamo in una situazione difficile, anzi in un’emergenza. Siamo preoccupati e stiamo studiando il problema. A breve scadenza, tuttavia, siamo obbligati a salvare il salvabile, e per questa ragione, a malincuore e in modo del tutto provvisorio, proponiamo che…». Invece sui giornali si è letto che con la misura proposta «viene favorito il percorso di carriera», e soprattutto «saranno creati nuovi posti di lavoro per i diplomati di scuola dell’infanzia ed elementare». Riassumendo: i nostri figli o nipoti avranno insegnanti di matematica meno preparati di quelli attuali: brutta notizia. L’insegnamento è una professione sempre meno attrattiva, da cui chi può rifugge sempre più allegramente: pessima notizia. Invece di riflettere seriamente sulla situazione, le autorità raccontano simpatiche barzellette: catastrofe.