Nel duro confronto politico che prepara il voto sui referendum del prossimo 16 maggio spicca un manifesto propagandistico a favore dei tagli sulla scuola. Graficamente piuttosto abile ed efficace, esso presenta un eccezionale condensato di affermazioni demagogiche e inveritiere, con lo scopo evidente di far leva sulle emozioni, sui diffusi pregiudizi nei confronti degli insegnanti, spingendo gli elettori a sostenere i tagli sulla scuola fortemente voluti dalla maggioranza del Governo. Sarà difficile, per chi si oppone a questi tagli scolastici e sociali, rispondere con uguale efficacia sullo stesso terreno: perché le ragioni che hanno spinto genitori, studenti, insegnanti, sindacati e associazioni varie a lanciare i famosi referendum sono, appunto, ragioni, cioè motivazioni complesse, che richiedono un discorso articolato e che non si possono condensare facilmente in uno slogan o in un'immagine; e anche perché per fare dei bei manifesti occorrono molti soldi (e anche su questo i cittadini potranno poi interrogarsi: come mai tanto spreco di mezzi, finanziari e massmediatici, da parte di chi dice di “ voler risparmiare”? E come mai tutti questi mezzi vengono poi sempre dalla stessa parte, associazioni padronali, dirigenze di partiti borghesi? Quali, insomma, i veri interessi in gioco?). Proprio per questo, vale la pena guardarlo bene, quel manifesto ingannevole; e commentarne i punti salienti.
Cominciamo dalla prima affermazione contenuta nel manifesto: i docenti cantonali insegnano 23- 24 ore la settimana. È vero? Sì, se si guarda alle ore di lezione; ma dietro un’ora di lezione sta un lavoro molto importante, non visibile e non immediatamente quantificabile. Le lezioni, lo capisce chiunque, vanno preparate: questo significa ore di studio e di lettura, scelta del materiale, selezione, impostazione didattica. Senza questo lavoro preparatorio, che accompagna l’insegnante lungo gli anni e diventa la parte più nascosta e più produttiva della sua attività di ricerca, non ci può essere insegnamento. Ma a questo studio preventivo bisogna poi aggiungere un altro aspetto che raramente viene considerato: gli studenti, di qualunque ordine e grado, producono esercizi, testi, elaborati, che l’insegnante dovrà correggere, mostrando gli errori, indicando possibili modifiche, valutando.
Quanto impiega un insegnante a correggere? Difficile dirlo. Per esperienza personale, posso affermare che la correzione di un componimento richiede, come minimo, dai quindici ai venti minuti, talvolta molto di più, se la lingua risulta particolarmente scorretta o confusa. Quindici minuti: moltiplicati per i venti o venticinque allievi di una classe; moltiplicati per le quattro o cinque classi con le quali il docente lavora (che possono diventare anche sei, sette o otto nelle materie con una dotazione oraria più bassa); moltiplicati per tutti i lavori scritti e le esercitazioni di un anno: chi vuol fare il conto, si accomodi. Gli insegnanti cantonali insegnano 23- 24 ore la settimana, è vero: ma per farlo, lavorano la sera, il sabato e la domenica, e anche durante le famose vacanze, che danno loro la possibilità di studiare, di aggiornarsi, di completare la preparazione e la correzione. Infine, c’è un’altra caratteristica della professione che viene regolarmente ignorata. Proverò a spiegarla con un ricordo personale, uno dei moltissimi che potrei raccontare, come la maggior parte dei miei colleghi. Scelgo il ricordo più lontano nel tempo, che risale al mio primo anno di insegnamento; non è il più significativo, né il più drammatico: ma dovrebbe bastare.
Un mio allievo quindicenne manifestava alcuni problemi: non andava bene a scuola, pur essendo visibilmente capace; mancava spesso alle lezioni; mi aveva raccontato di contrasti in famiglia, col padre; bazzicava ambienti pericolosi, forse rasentava il giro della droga; era sempre triste. Ho convocato il padre, e gli ho chiesto se non ritenesse di dover ragionare un poco con il figlio, per appianare gli eventuali contrasti. Guardi, mi ha risposto, non c’è problema, io lo dico sempre a mio figlio: se vuoi parlare, lo dici a me o alla mia segretaria, io prendo l’agenda, fissiamo un appuntamento in ufficio e parliamo. Col figlio, il lettore lo immagina, avrei continuato insomma a parlarci io, facendo il possibile. ( Chissà: oggi quel signore così indaffarato, che non aveva tempo per suo figlio, potrebbe essere uno dei più feroci fustigatori degli insegnanti, uno dei più convinti sostenitori della necessità di risparmiare sulla scuola. E il figlio? Si ricorderà di aver trovato, proprio a scuola, qualche insegnante che ha cercato di capirlo e di aiutarlo? Lo spero; ma senza troppa convinzione.)
Come chiamarlo, questo aspetto del lavoro di un insegnante? Sostegno morale, sostegno psicologico, comprensione umana? Comunque lo si voglia definire, è un compito essenziale, difficile, spesso disperato e disperante; un compito che è cresciuto in modo esponenziale negli anni, e che richiede, oltre al tempo e alla sensibilità umana, la possibilità di entrare davvero in contatto con gli studenti. Di ascoltarli, quando vogliono parlare; di aiutarli a parlare, quando hanno paura di farlo o non sanno esprimere ciò che li angoscia; di indovinare, spesso, dietro la loro apparenza più o meno diligente, più o meno svagata, la presenza di un piccolo o grande dramma.
Aumentare l’orario di lavoro degli insegnanti non significa dunque soltanto sottrarre loro del tempo prezioso per lo studio e la correzione, bensì anche diminuire la possibilità di un reale incontro con gli studenti; perché l’ora in più vorrà dire per molti colleghi dover insegnare in una classe in più, cioè dover badare ad altri venticinque allievi, conoscendoli e seguendoli meno. Per tutti questi motivi, bisogna almeno riconoscere una cosa: l’ora in più imposta dal Governo ai docenti ( e non “ chiesta”, come vorrebbe il manifesto; imposta senza lo straccio di una discussione preventiva, di una trattativa sindacale; e imposta addirittura contro il parere delle direzioni scolastiche, delle organizzazioni dei genitori e degli studenti) non è affatto un “ piccolo contributo di risparmio”, e neppure una misura priva di conseguenze: essa provocherà senz’altro un peggioramento qualitativo di una scuola, come quella ticinese, che ha già subito negli ultimi dieci anni una serie impressionante di misure di risparmio ( chi volesse rendersene conto, vada a leggersi il numero monografico offerto da due riviste scolastiche, “ Risveglio” e “ Verifiche”, con il titolo “ Le ragioni della scuola”: vi troverà un’illuminante tabella che elenca 41 misure di risparmio effettuate sulla pelle dei docenti e degli studenti tra il 1995 e il 2003).
La seconda affermazione demagogica contenuta nel manifesto riassume una serie di minacce sbandierate in tutte le salse dai sostenitori dei tagli: per evitare misure più dolorose nel futuro. Sembra quasi che l’eventuale successo dei referendum provocherà una catastrofe economica epocale, obbligando il Governo a misure draconiane e terribili. Invece le cose stanno esattamente al contrario: le “ misure più dolorose”, già pronte nei cassetti governativi ma tenute ben nascoste ai cittadini, che se le conoscessero potrebbero anche reagire con preoccupazione, saranno facilmente messe in atto se i referendum verranno sconfitti. Perché una volta avallata l’idea che sulla scuola si può risparmiare, chi fermerà i tagli? Se invece i referendum avessero la meglio, non succederebbe nulla di drammatico: il Governo sarebbe costretto a riconoscere che il popolo ticinese non vuole effettuare dei tagli che mettono in pericolo la qualità della scuola; dovrebbe ammettere di aver sbagliato ad insistere con i cosiddetti “ tagli lineari”, che obbligano tutti i settori dello Stato a dei risparmi sconsiderati in nome di una risibile equità contabile; e dovrebbe riflettere sulla politica fiscale messa in atto negli ultimi anni. Tutto questo non impedirebbe affatto di proseguire nel risanamento delle finanze cantonali, e neppure significherebbe azzerare ogni possibilità di contenimento della spesa: obiettivi che rimarrebbero importanti e perseguibili, ma con maggiore responsabilità politica, con maggiore lungimiranza e con maggiore equità sociale, con maggiore giustizia.
Infine: l’immagine di una corda tesa, che attraversa il manifesto, suggerisce uno slogan che dobbiamo immaginare pronunciato da un volto severo e corrucciato, con il dito alzato in segno di ammonimento: non tirate troppo la corda, insegnanti. Ma chi sta tirando la corda? Chi ha rifiutato ogni discussione sul Preventivo 2004, chi ha rifiutato di considerare l’importanza dei segnali di disagio che giungevano dalla scuola prima, dalla società civile poi, chi ha addirittura irriso i quindicimila cittadini che, fatto eccezionale in Ticino, sono scesi in piazza qualche mese fa per protestare? Poco prima che il Preventivo venisse approvato dal Gran Consiglio (quasi senza discussione, nonostante tutti i segnali cui si accennava poco fa), i sindacati proposero all’avvocato Gendotti, direttore del Decs, una soluzione di compromesso: aumentiamo pure di un’ora l’orario dei docenti, ma facciamolo in modo transitorio, senza modificare definitivamente la legge; se tra qualche anno le cose andassero finanziariamente meglio, la misura potrebbe così facilmente decadere. Fu rifiutato anche questo, quasi patetico, compromesso; che, se accettato, avrebbe reso del tutto impossibile lanciare i referendum.
Allora: chi sta tirando la corda, se non questo Governo assurdamente arroccato su posizioni di attardato liberismo estremo e vittima della propria mediocrità progettuale? L’immagine della corda tesa, mi ha fatto notare qualcuno, potrebbe per la verità ingenerare anche qualche imprevisto malinteso nell’opinione pubblica: si potrebbe per esempio felicemente equivocare, pensando a una corda di sostegno che sta per essere tagliata. E abbiamo visto spesso, recentemente, che cosa è capitato dopo tagli di questa natura: come sono migliorati, per fare un solo esempio, i servizi postali grazie a questi innocui e necessari tagli. Adesso, appesa alla corda c’è la scuola; non gli insegnanti, che continueranno comunque a fare il loro dovere anche con un’ora in più alla settimana, ma lo faranno un po’ peggio, inevitabilmente, con un affanno maggiore. Non gli insegnanti, dunque, ma proprio la scuola di tutti sta sospesa alla corda. I cittadini ticinesi vogliono tagliarla, quella corda? È questa la domanda posta dai referendum.