ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


La qualità della scuola pubblica



Un altro anno scolastico volge al termine: un altro anno che ha coinvolto migliaia di docenti, di allievi e di famiglie ticinesi. Di fronte ad un coinvolgimento di tale portata, non so resistere alla tentazione di riflettere e di scrivere qualche riga sulla qualità di questa nostra scuola pubblica.
Si tratta di un tema che appare spesso nei più svariati articoli di giornale, che affiora qua e là nei discorsi dei politici, che viene in qualche modo affrontato nei programmi di tutti i partiti, ma attorno al quale esiste un largo spettro di opinioni.
Una confortante maggioranza di persone concorda nel sostenere, prove alla mano, che la nostra scuola ha raggiunto un buon livello qualitativo.
Ma al momento di individuare quali siano i problemi più importanti ancora da risolvere e, soprattutto, quali siano i modi per affrontarli, ci troviamo di fronte alle teorie e alle ricette più disparate e scopriamo l’esistenza di una miriade di esperti in materia.
Le difficoltà sorgono già in origine, quando si tratta di definire quali siano i fattori che determinano la qualità della scuola: in questo ambito ritengo sia importante provare a fissare alcuni punti fondamentali.
Per cominciare, una scuola di qualità non può prescindere dalla qualità dei suoi insegnanti.
Una scuola di qualità necessita innanzitutto di docenti preparati – culturalmente, pedagogicamente e scientificamente – , di docenti aggiornati e, soprattutto, motivati: perché senza la motivazione e la predisposizione ad esercitare il mestiere di maestro non è possibile essere un buon insegnante, a dispetto di tutte le lauree di cui ci si possa fregiare.
Una scuola di qualità deve inoltre essere preparata e votata ad un continuo cambiamento, per rimanere al passo con l’evoluzione della nostra società e con i problemi che ne derivano e, laddove possibile, per prevedere e anticipare certe problematiche.
Una scuola di qualità deve inoltre continuamente fare riferimento ai valori universali della democrazia, della solidarietà e dell’uguaglianza, per evitare di finire in balía delle mode o delle correnti di pensiero dominanti, a dipendenza del momento storico.
Una scuola di qualità, quando è un’istituzione pubblica come la nostra, necessita della costante presenza e del continuo impegno ( anche finanziario) dello Stato, per evitare che gli sforzi degli operatori siano vanificati da condizioni quadro deficitarie.
E lo Stato, per garantire e certificare ai cittadini la qualità della propria scuola, ha il dovere di continuamente monitorare la situazione e l’evoluzione dell’insegnamento nei vari ordini scolastici, senza cadere però nell’errore e nell’illusione che basti ottenere un certificato Iso – che per altro ha un suo valore – per avere una scuola efficiente e al passo coi tempi. I modelli dell’economia, basati prettamente sulla produzione e sul profitto soprattutto finanziario, male si conciliano con la complessità e la diversità del mondo della scuola ( in particolare quello della scuola obbligatoria), basato su altri principi e su tempi necessariamente più lunghi per produrre un beneficio economico: se oggi abbiamo una scuola obbligatoria che funziona, i benefici li avremo quando gli allievi che adesso la frequentano entreranno nel mondo del lavoro e nella vita sociale; e questi benefici non saranno unicamente misurabili in termini economici, ma anche e soprattutto in termini di convivenza civile e di impegno sociale e politico. Un controllo e una valutazione dell’efficienza della scuola è dunque certamente importante e necessario, ma deve essere perseguito attraverso modalità in buona parte diverse da quelle del mondo economico, ponendo l’accento, per esempio, su una continua analisi critica all’interno della scuola stessa: un buon docente deve sentirsi in obbligo di mettersi continuamente in discussione.
In questo discorso s’inserisce anche tutta la problematica legata alla revisione della Legge sull’ordinamento degli impiegati dello Stato e dei docenti ( Lord), e ai continui tentativi di introdurre un certo tipo di meritocrazia anche nella realtà scolastica. A questo proposito vorrei prima di tutto capire cosa s’intende per “ merito”:
– s’intende lo stesso merito che ha portato ai vertici di alcune banche, assicurazioni, società private ( e non solo) quelle stesse persone che sono state al centro degli scandali che hanno coinvolto gli ambienti economici svizzeri in questi ultimi anni?
– Oppure si pensa a quel merito che dà la possibilità ad alcuni personaggi di assumere incarichi o mandati pubblici con degli stipendi annuali che un docente della scuola obbligatoria non riceve nemmeno in dieci anni?
– O, ancora, s’intende quello stesso merito che, nonostante l’attuale articolo 7bis della Lord ne regoli l’applicazione, agli impiegati e ai funzionari statali non viene quasi mai attribuito, per motivi di risparmio già decisi in sede di preventivi dello Stato?
Non ho dubbi nell’affermare che di questi modelli di meritocrazia la scuola pubblica ticinese non ha bisogno.
La qualità della scuola deve piuttosto passare anche e soprattutto attraverso la caratterizzazione, la valorizzazione e la qualità dei vari istituti scolastici distribuiti sul territorio; e la qualità di un istituto, oltre che con dei buoni insegnanti, si fa con un buon direttore, che sia in grado di creare il giusto spirito di collaborazione e la necessaria unità d’intenti educativi tra tutti gli operatori, che sappia stimolare i propri docenti e che si assuma le proprie responsabilità al momento di valorizzare chi fa bene o di richiamare ( o sanzionare) chi non compie il proprio dovere fino in fondo.
Un’azione educativa veramente di qualità non può prescindere dalla collaborazione, dalla condivisione di principi pedagogici e dall’autovalutazione collettiva di tutti i docenti di un istituto scolastico.
Con questi presupposti, risulta a mio parere evidente che l’applicazione di criteri di merito che si basano su principi individualistici ed utilitaristici non può che nuocere alla qualità della scuola.
Vi sono invece degli interventi che lo Stato potrebbe mettere in atto e che potrebbero concretamente contribuire a migliorare ulteriormente la scuola pubblica.
Proverò a riassumerne alcuni, soprattutto riferiti alla scuola dell’obbligo, senza alcuna pretesa di essere completo ed esaustivo in proposito e senza scendere troppo nello specifico:
– per evitare pericolose disparità di opportunità tra le varie scuole comunali, il Cantone dovrebbe tornare a sussidiare in modo consistente i docenti di materie speciali della scuola elementare e, soprattutto, dovrebbe assumersi l’onere finanziario delle direzioni, istituendole anche per i piccoli comuni, raggruppando gli istituti con criteri regionali;
– è inoltre importante, almeno fintanto che non saranno generalizzate le direzioni, che vengano ridate agli ispettorati delle scuole comunali quelle risorse umane e finanziarie che sono venute a mancare dopo l’unificazione amministrativa dei settori prescolastico e primario;
– come già accennato, è necessario valorizzare maggiormente l’operato e l’autonomia dei singoli istituti scolastici comunali e cantonali, favorendone l’autovalutazione interna, coordinandone, promuovendone e controllandone l’attività attraverso delle direzioni di qualità, dal profilo professionale e umano;
– nel campo della conoscenza delle nuove tecnologie e dell’uso intelligente dell’informatica a tutti i livelli scolastici, sono di fondamentale importanza maggiori investimenti finanziari, non tanto nel dotare gli istituti di chissà quale ultimo modello di ordinatori, quanto piuttosto nel formare e assistere i docenti sia tecnicamente sia, soprattutto, pedagogicamente;
– infine, lo Stato deve continuare ad investire nell’aggiornamento dei docenti, privilegiandone la qualità piuttosto che la quantità, e assicurandosi che tutti i docenti compiano il loro dovere anche in questo campo.
In questo breve elenco ho volutamente evitato di parlare di obiettivi e programmi, di griglie orarie, di numero di allievi per classe, di sostegno pedagogico o di altri argomenti più specifici: la loro complessità richiederebbe un approfondimento tale da indurmi a rimandare le mie riflessioni ad un’altra occasione.

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