Un ragazzo romando di sedici anni accoltellato mortalmente durante una passeggiata scolastica a Roma. La polizia italiana indaga e ci dirà di più.
È la notizia del giorno e, garantito, dei molti giorni che verranno e che faranno scorrere tanto inchiostro e riempire tanti blog. Una notizia che fa scuotere la testa. Come?
Un’uscita quale prezioso momento di socializzazione in una città dalla straordinaria offerta culturale e storica, che si trasforma in un dramma? Possibile?
Sì, possibile. E adesso via con gli psicologi a sostenere i ragazzi e i docenti che ne sentono il bisogno e non capiscono più il mondo. Il loro mondo.
Giocoforza i riflettori dei media si accendono fortissimi sul pianeta giovani e, nella fattispecie, sui viaggi organizzati dalle scuole, le regole, le precauzioni, le responsabilità. La violenza facile e assurda, che questa volta può colpire anche durante una gita scolastica, per gioco, per rabbia, chissà?, sale di nuovo alla ribalta e rifà per l’ennesima volta il suo giro di pista lasciando tutti sgomenti.
Non voglio qui sminuire le legittime domande sui perché e i percome che si nascondono dietro l’episodio e al tema della violenza più gratuita. Ai sociologi, pedagoghi, psicologi il compito di trovare articolate risposte. O almeno di provarci.
Io vorrei semplicemente dire che esiste anche altro. Che i giovani non sono soltanto lo specchio di quello che non va. Spesso sono i temi forti (e più gettonati) che li coinvolgono a caratterizzare la percezione sociale della loro generazione. Ad esempio, per l’appunto, la notizia citata che fa le prime pagine, o anche altri argomenti negativi dominanti nei dibattiti di oggi: la disoccupazione giovanile, gli abusi di stupefacenti, di alcol, altre nefaste dipendenze ecc.
E quando le cose funzionano? E quando i ragazzi si danno da fare per imparare a galleggiare, per poi nuotare e andarsene coraggiosamente al largo? Ragazzi che si stanno cercando, che si danno da fare, che si impegnano e che giustamente (Mettetecela tutta, ne abbiamo bisogno!) sognano di progettare il mondo e magari di cambiarlo almeno un po’? Quanti riflettori restano spenti.
Ne voglio qui accendere almeno uno. Di recente ho avuto occasione di toccare con mano qualcosa di bello e – come si usa dire oggi – vorrei condividerlo. È il progetto di educazione alla cittadinanza ‘La gioventù dibatte’ che da qualche anno esiste anche in Ticino. Un progetto di respiro nazionale per avvicinare i giovani, delle Medie e delle scuole superiori, alla democrazia, che – come si legge nella presentazione – non cade dal cielo (neanche da quello elvetico con la sua democrazia diretta). Stimolati da docenti messisi in gioco, i ragazzi che vi partecipano si sono documentati e si sono poi lanciati nel dibattito, chi a favore chi contro una tesi data, rispettando regole, ascoltando gli altri partecipanti, argomentando, battendo e ribattendo.
Insieme ad altri giurati, li ho visti, li ho ascoltati. C’è stoffa, c’è carica, c’è voglia di confronto, c’è entusiasmo. E soprattutto c’è rispetto per l’avversario. No, la democrazia non cade dal cielo, la si coltiva piuttosto come una piantina molto delicata.
Lunedì scorso, con la prima parte dei dibattiti fra i giovani concorrenti (la seconda puntata sarà lunedì prossimo), la Biblioteca cantonale di Bellinzona che li ospitava le è senza dubbio servita da serra.