ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


La scuola in trappola


La scuola, a cui viene ingiunto di affrontare da sola la sfida della promozione sociale, viene progressivamente screditata e sottoposta ai desiderata del mercato del lavoro. Nella «società della conoscenza» - dove la promozione delle nuove tecnologie ha sostituito il pensiero - la scuola ormai non è altro che lo strumento di legittimazione di una divisione sociale che favorisce le ineguaglianze. Questa visione riduttiva dimentica che la scuola è prima di tutto il luogo dove si costruiscono i legami sociali, in cui deve elaborarsi la «democrazia della vita».

Sono cinque le principali trappole che oggi minacciano la sfera dell’istruzione. A costruirle sono stati i cambiamenti politici, sociali ed economici degli ultimi trent’anni, che hanno visto imporsi un modo di vita incentrato sull’iperconsumo e sulla mercificazione generalizzata di ogni bene e servizio, mentre esplodevano le nuove tecnologie e la globalizzazione liberista.

La prima trappola è rappresentata dalla crescente strumentalizzazione della scuola al servizio della formazione delle «risorse umane». Questa funzione ha progressivamente la meglio sull’educazione per la persona e attraverso la persona. Come qualsiasi altra risorsa materiale e immateriale, la risorsa umana viene considerata una merce economica che deve essere ovunque disponibile. Non conosce né diritti civili né di altro tipo, dal momento che i soli limiti al suo sfruttamento sono di natura finanziaria (i costi). La «risorsa umana» deve dimostrare di essere «impiegabile», il che porta alla sostituzione del «diritto al lavoro» con un nuovo obbligo: dimostrare la propria «impiegabilità». Alcuni dirigenti la chiamano «politica sociale attiva del lavoro», in base alla quale il ruolo centrale ancora riconosciuto alla scuola si misura in rapporto a questo obbligo di «impiegabilità».

La seconda trappola è costituita dal passaggio della scuola dall’ambito non mercantile al mercato. Dal momento in cui il compito principale che le viene assegnato è quello di formare le risorse umane al servizio dell’impresa, non c’è da stupirsi se la logica mercantile e finanziaria del capitale privato intende imporle la definizione delle proprie finalità e priorità. La scuola è trattata sempre più come un mercato. In America del nord, si parla in permanenza di «mercato dell’istruzione», di «business dell’istruzione», di «mercato dei prodotti e dei servizi pedagogici», di «imprese educative», di «mercato dei professori e degli allievi». Non è di poco conto che il primo Mercato mondiale dell’istruzione (World Educational Market) si sia svolto dal 23 al 27 maggio 2000 a Vancouver, in Canada. Per la grande maggioranza degli interessati, pubblici e privati, presenti sul posto, la mercificazione dell’istruzione non solleva nessun dubbio, e la questione principale è di sapere chi venderà cosa sul mercato mondiale e secondo quali regole. Il «chi» comincia ad essere sempre più chiaro: si tratta degli editori dei prodotti multimediali, degli ideatori e fornitori di servizi on line  o di teleinsegnamento, degli operatori delle telecomunicazioni, delle imprese informatiche.
Quanto alle regole, il fallimento dei negoziati del Millenium Round dell’organizzazione mondiale del commercio (Wto), a Seattle, nel dicembre 1999, ha impedito, per il momento, di applicare anche all’istruzione i principi del libero commercio: infatti, questo programma era nell’agenda dell’Accordo generale sul commercio dei servizi (Scga). Poiché i negoziati sui servizi sono ripresi al Wto a Ginevra, nulla garantisce che la liberalizzazione e la deregulation del settore educativo non siano messi di nuovo all’ordine del giorno.  Sempre più numerosi sono in effetti i politici dei paesi sviluppati pronti ad accettare che sia il mercato a decidere sulle finalità e l’organizzazione dell’istruzione. Le organizzazioni sindacali (in particolare l’Internazionale dell’istruzione), le organizzazioni (non) governative e i movimenti dei cittadini dovrebbero raddoppiare gli sforzi per contattaccare.

Terza trappola: l’istruzione viene presentata come lo strumento-chiave per garantire la sopravvivenza agli  individui e ai paesi nell’era della competizione mondiale. In questo modo, la sfera educativa tende a trasformarsi in un «luogo» dove si impara una cultura di guerra  piuttosto che una cultura di vita. Malgrado gli sforzi di buona parte degli educatori, il sistema è stato così spinto a privilegiare la funzione di selezione dei migliori, piuttosto che la funzione di valorizzazione delle capacità specifiche di ogni allievo.

Scuola e tecnologia
Quarta trappola: la subordinazione dell’istruzione alla tecnologia. La classe dirigente, che fin dagli anni ‘70 ritiene la tecnologia il principale motore dei cambiamenti della società, ha imposto la tesi del suo primato e dell’urgenza di adattarsi ad essa. Qualunque sia il campo di applicazione (l’energia, la comunicazione, la sanità, il lavoro) domina la tendenza a considerare inevitabile e irresistibile ogni cambiamento economico e sociale legato alle nuove tecnonologie, poiché le innovazioni da esse introdotte sono considerate un contributo al progresso dell’uomo e della società. Per la grande maggioranza dei dirigenti, l’attuale globalizzazione è figlia del progresso tecnologico. Opporvisi è insensato. Il ruolo principale dell’istruzione sarebbe quindi quello di dare alle nuove generazioni la capacità di capire i cambiamenti in corso e gli strumenti per adattarvisi.

Quinta trappola: l’uso del sistema educativo come mezzo di legittimizzazione di nuove forme di divisione sociale. A credere ai discorsi dominanti, le economie e le società dei paesi sviluppati sarebbero passate dall’era industriale, fondata su risorse materiali e capitali fisici (la terra, l’energia, l’acciaio, il cemento, la ferrovia) all’era della conoscenza, fondata principalmente su risorse e capitali immateriali (i saperi, l’informazione, la comunicazione, la logistica). La conoscenza sarebbe diventata la risorsa fondamentale della nuova economia nata dalla rivoluzione multimediale, dalle reti digitali, dai loro derivati: l’«e-commercio», l’«e-trasporto», la «e-istruzione», l’«e-lavoratore». In quest’ottica, l’impresa è vista come il soggetto e il luogo principale della promozione, organizzazione, produzione, valorizzazione e diffusione della «conoscenza che conta».
Promuovere la diffusione di uno spirito imprenditoriale negli ambienti scientifici e negli istituti scolastici e ri-dinamizzare il sistema educativo per trasformarlo in terreno privilegiato della formazione delle giovani generazioni alla costruzione della «società della conoscenza»; questo soprattutto prescrivono oggi le politiche pubbliche della ricerca e dell’insegnamento. Questa prescrizione viene introdotta nel momento in cui si sta instaurando una nuova divisione sociale tra i «qualificati» e i «non qualificati».  La conoscenza diventa il principale materiale di costruzione di un nuovo muro (il «muro della conoscenza») tra le risorse umane nobili e le risorse umane del popolo, nuovo proletariato del capitale mondiale.

La e-Europa
È difficile che gli europei, con scelte come quella fatta dai capi di stato e di governo dei Quindici al consiglio europeo di Lisbona nel marzo 2000, possano disinnescare queste cinque trappole. Tale scelta, tradotta poi in Piano di azione dal consiglio europeo di Feira nel giugno 2000, assicura come grande priorità dei prossimi quindici anni la costruzione della «e-Europa».
A questo scopo, l’obiettivo fondamentale è dare a tutti gli europei, fin dall’asilo e dalle elementari, l’accesso all’alfabetizzazione digitale, perché tutti diventino «risorse umane» in grado di competere con quelle dell’America del nord, che sarebbe in anticipo di una decina d’anni rispetto a noi.
Su questo, il consenso è grande tra i leader europei. Non hanno ancora capito, dopo vent’anni di politiche funzionali a una competitività alla mercè dei mercati, che in questa logica pochi sono i vincitori, in tutti i campi, compreso quello dell’istruzione? Come possono ignorare che gli Stati uniti, hanno un livello di istruzione particolamente deplorevole, come afferma anche uno studio dell’Ocse? Come possono ignorare i risultati di anni di ricerche sullo sviluppo dei bambini che mostrano come questi ultimi abbiano un fondamentale bisogno di legami personali profondi con gli adulti e che i computer a scuola possono  privarli di questi legami essenziali? Proposte pertinenti e realiste per un’altra politica educativa non mancano. Imparare a salutare il proprio vicino rappresenta un punto di partenza decisivo per un’«altra» scuola. Questo significa che lo scopo primario del sistema educativo è che ogni cittadino apprenda a riconoscere l’esistenza dell’altro come base fondamentale della propria esistenza e del vivere insieme.
Egrave; partendo da questo principio generale che una politica dell’istruzione basata sullo sviluppo, la salvaguardia e la condivisione dei «beni comuni» rappresentati dalle conoscenze e dai saperi, potrebbe condurre a uno sviluppo mondiale, solidale sul piano economico, efficace sul piano sociale e democratico sul piano politico. Applicata alla «e-Europa», darebbe priorità alla formazione di una generazione di cittadini con le competenze e le qualifiche richieste dalle nuove logiche: quelle dell’economia sociale, dell’economia solidale, dell’economia locale, dell’economia cooperativa. Darebbe anche un’importanza fondamentale alla cooperazione con le altre comunità, regioni e popoli del mondo, in modo da indebolire la tendenza attuale di appropriazione privata delle conoscenze, per metterle invece al servizio della promozione di un welfare state mondiale che assicuri a tutti il diritto alla vita.

 

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