Quanti articoli hanno chiamato in causa i docenti della scuola pubblica durante questa campagna per decidere se dare sussidi a tutte le famiglie che mandano figli alle scuole private? Parecchi e non uno benevolmente: non ho letto un riconoscimento, non un grazie; possibile?
Mi limito a ripassarne quattro. Per G. Bignasca (Mattino del 4 febbraio) i docenti del pubblico (si parla solo di loro, ovviamente) difendono soltanto i loro privilegi: stipendi da nababbi per poco lavoro e tante vacanze.
G. Zappa (Giornale del Popolo del 6 febbraio), ex docente e PPD a tutta prova, si distanzia dal compagno di cordata Bignasca, forse perché si sente colpito anche lui, ma poi bacchetta gli ex colleghi come privi di ogni autocritica in questa occasione. Li vorrebbe più inclini al SI.
Secondo D. Pani (G.d.P.) nella scuola privata si insegna anche l'amore del prossimo. Eh, sì! Perché, si sa, nella scuola pubblica si insegnano l'odio vicendevole, il razzismo tra i popoli, magari il cannibalismo...
Infine P. Jelmini (Corriere del Ticino), che saltella giulivo tra pubblico e privato, non si raccapezza di vedere come certi suoi colleghi della scuola pubblica, solitamente assai critici con l'istituzione, adesso la difendono a spada tratta e votano DUE NO. Gli è impossibile capire che uno possa criticare anche severamente una persona o un'istituzione che gli è cara, ma poi correre a difenderla qualora la veda in pericolo? Mi sembra di capire che, in caso di vittoria del SI, per molti ci sia già bell'e pronto il capro espiatorio: la razza vorace e infingarda dei docenti di scuola pubblica (quelli del privato devono essere perfetti, perché nessuno ne parla). Vedrete come li metteranno in riga sotto la sferza del Bigna! Decurtazione degli stipendi ai livelli «privati», esercizi quotidiani di autocritica con flagellazione, lavori estivi sugli alpi e nei boschi per rieducazione...
Io so solo questo: durante gli studi dei miei quattro figli, dall'asilo all'università, avrò conosciuto un centinaio di docenti; li voglio ringraziare per quanto hanno fatto e chiedo loro scusa per l'ingratitudine di cui li vedo bersaglio.
Il mio DOPPIO NO potrà non essere decisivo, ma lo infilerò nell'urna anche perché i maestri dei miei figli e di migliaia di altri ragazzi «riusciti» possano continuare la loro opera nel contesto di una scuola pubblica rispettata e, perché no? ancora più forte. Mi permetto pure di invitare tutti i genitori, vecchi e nuovi, di ogni generazione a rinnovare la fiducia nella scuola pubblica che da un secolo e mezzo serve il Ticino con dedizione e competenza. Guai se la dovessimo perdere!
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