ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Come migliorare scuola e allievi?



Finisce l’anno scolastico ed ecco che la scuola torna di attualità. Un po’ in tutti i sistemi scolastici il settore secondario inferiore (la scuola media, per intenderci) esprime, per vari motivi, il più alto grado di problematicità, ed è quello su cui si concentrano preoccupazioni, critiche, generalizzazioni, che sfociano spesso in proposte di innovazione. Queste ultime, dal canto loro, presentano in genere un difetto comune, costituito dal loro carattere solitamente ‘ad hoc’. Infatti, pur se alcuni aspetti, anche importanti, vengono colti, essi non sono tuttavia collocati in un più ampio quadro generale.

Detto in termini operativi, quando si parla di scuola non ha molto senso proporre soluzioni o riforme finalizzate a ‘correggere’ un aspetto particolare del sistema; occorre piuttosto pianificare degli interventi che abbiano una prospettiva più globale (di rete, sistemica, la si chiami come si vuole), che tenga debitamente conto delle relazioni significative che un certo fenomeno ha con altri eventi o soggetti presenti nel contesto di riferimento.

Sezioni e livelli
In particolare, le sezioni e poi i livelli nella scuola media ticinese sono stati introdotti – sulla base di considerazioni politiche, piuttosto che pedagogiche – per evitare di fare un passo intero nella direzione di un’autentica soluzione ‘unica’.

Questa scelta ha prodotto, fin dall’inizio, degli effetti collaterali assolutamente negativi sulla motivazione degli allievi frequentanti i livelli inferiori, che si è poi tradotta in tutta una serie di problemi a livello di apprendimento, comportamento, socializzazione, e via di seguito: d’altro canto, si tratta di un fenomeno comune a esperienze analoghe realizzate altrove.

Gli effetti negativi di una simile strutturazione del curricolo sono quindi evidenti. Tuttavia, la pura e semplice abolizione dei livelli (che è comunque auspicabile) non sarebbe di per sé sufficiente a produrre miglioramenti signi?cativi. Infatti, questo non è che uno dei problemi che toccano la scuola media, e le cui radici, vale la pena ricordarlo, si propagano fin nella scuola elementare, dove difficoltà e problematicità che gli alunni esprimeranno più avanti prendono a manifestarsi in forma embrionale.

Reattivi? Meglio preventivi
Il nostro apparato scolastico esprime, nel suo modo di agire, una chiara ?loso?a di fondo di tipo reattivo. Mi spiego: l’istituzione interviene fornendo un supporto solo quando l’allievo manifesta evidenti difficoltà e lacune. A mio modo di vedere, sarebbe invece necessario passare a una concezione di tipo preventivo, individuando possibili difficoltà scolastiche già ?n dalla scuola dell’infanzia e intervenendo di conseguenza. Si tratta di una modalità caratteristica dei Paesi del Nord Europa, che ha dato ampia prova di efficacia nel corso degli anni.

I settori
Oltre a questo fatto, sarebbe opportuno strutturare in modo diverso il sistema scolastico nel suo insieme, istituendo un settore dell’educazione di base (scuole dell’infanzia, scuole elementari e scuole medie), uno dell’educazione postobbligatoria (licei e scuole professionali) e uno del supporto (sostegno, orientamento, educatori ecc.).

Limitando in queste pagine per ragioni di spazio il discorso al settore dell’educazione di base, una tale strutturazione permetterebbe di piani?care in modo più armonioso le transizioni da un grado all’altro, di agire in modo concertato sulla prevenzione e la gestione delle difficoltà di apprendimento, di comportamento e di socializzazione, di fissare valori e obiettivi educativi di fondo comuni tra i tre gradi costituenti il settore, e via di seguito.

Tuttavia, se una riforma si limitasse solo a questi aspetti, i risultati sarebbero verosimilmente ben lungi dall’essere soddisfacenti.

La banalizzazione del vissuto scolastico
Il livello della motivazione degli alunni verso le attività scolastiche è ormai da anni in netto calo: la significatività o anche solo l’utilità di quanto si fa a scuola si perdono in un mare di messaggi, informazioni, segnali provenienti dal mondo reale e da quello virtuale. Se teniamo presente che ogni allievo trascorre in media circa 11’000 ore – vale a dire una parte consistente della propria esistenza giovanile – nella scuola dell’obbligo, la tendenza di cui stiamo parlando non può che destare preoccupazione. Oltretutto, tale fenomeno, che potremmo definire come ‘banalizzazione del vissuto scolastico’, colpisce in misura più consistente gli allievi che manifestano difficoltà di apprendimento e comportamento.

Una possibile risposta a tutto ciò consiste nella messa in atto di processi evolutivi da parte degli istituti scolastici, che li conducano a essere reali comunità professionali che apprendono, capaci di fare riacquistare alla vita scolastica la propria autenticità in termini di senso e valore. Vi sono varie esperienze analoghe in altri Paesi, anche in quartieri molto problematici, che si sono mossi con successo in tale direzione. Oltre a ciò, è pure importante che gli istituti scolastici si aprano maggiormente verso il contesto culturale, sociale, economico che li circonda, diventando allo stesso tempo attori e recettori in tale ambito.

Docenti e inerzie
Infine, vi è l’aula scolastica, dove si decidono in sostanza le sorti di qualsiasi riforma educativa. È un dato di fatto che molti insegnanti continuino oggi a insegnare nella sostanza come quarant’anni fa: in questo il sistemascuola esprime in modo evidente la propria inerzia. Il dato preoccupante è che ciò avviene nel contesto di mutamenti rapidi e a volte radicali che toccano il mondo circostante e la popolazione scolastica, e rispetto ai quali le metodologie tradizionali di insegnamento si rivelano col tempo sempre più inefficaci. Infatti, al di là degli allievi che esprimono forme di insuccesso scolastico, anche quelli che “riescono” manifestano comunque apprendimenti il più delle volte limitati e superficiali. Troppo spesso la comprensione di quanto previsto dai programmi scolastici non sussiste nemmeno sotto forma di “optional”. Dal momento che esistono metodologie di insegnamento che hanno dimostrato, anche in contesti “difficili”, di essere in grado di modi?care tale quadro, alla luce delle considerazioni ?nora fatte il cambiamento delle pratiche didattiche in aula non è solo possibile, ma assolutamente necessario. Ciò implica evidentemente uno sviluppo della professionalità docente, sia per quanto riguarda l’insegnamento, sia per quanto riguarda le gestione della classe. Si tratta, nei fatti, di un discorso che, benché non sia di facile realizzazione, è essenziale, anche perché siamo in presenza di un ricambio generazionale, che vede l’ingresso nella scuola di un vasto numero di nuovi insegnanti. Sarebbe davvero un’occasione persa se questi, anziché sviluppare modalità di insegnamento innovative, ripiegassero su conosciute e rassicuranti pratiche tradizionali.

Come si vede da queste poche righe, l’obiettivo è realmente quello di migliorare i risultati della scuola e degli allievi che la frequentano, occorre agire sulla base di progetti che tengano conto della complessità inerente ai fenomeni che toccano l’universo scolastico. Un ultimo appunto: proprio perché si ha a che fare con realtà complesse, non avrebbe senso definire fino nei dettagli gli interventi realizzati, come alcuni pretendono di fare in modo “ingegneristico”. Si tratta invece di creare dei contesti all’interno dei quali le istituzioni e i soggetti toccati possano sviluppare dei processi di autoregolazione sulla base di obiettivi educativi e formativi validi e condivisi. Vorrei concludere con le parole di Manuel Castells: “Abbiamo bisogno di una nuova pedagogia, basata sull’interattività, sulla personalizzazione e sullo sviluppo di capacità autonome di apprendimento e pensiero. Contemporaneamente a ciò, è necessario rafforzare il carattere e preservare la personalità degli allievi”.

 

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