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La professionalità docente



La professionalità docente è un tema che, in questi ultimi tempi, è oggetto di un certo dibattito. Qual è la migliore formazione per esercitare la professione di insegnante? Quali sono i compiti che attendono i giovani che scelgono questa strada? Chi insegna ha solo l’incombenza di istruire gli allievi o ha pure mansioni di tipo educativo? Questi sono solo alcuni tra i possibili interrogativi in materia. Comunque, al di là di questi aspetti, ciò che conta è che gli insegnanti di oggi siano in grado di far sì che gli allievi in formazione sviluppino le necessarie competenze per far fronte alla vita, a livello individuale, culturale, sociale e professionale.

Vita che, occorre tenerlo presente, si svolge nel contesto di una realtà che evolve a ritmi molto serrati. Indipendentemente dal giudizio che si può esprimere rispetto a tale tendenza, è tuttavia evidente che la possibilità di mantenere e sviluppare certi valori per così dire ‘di civiltà’ faticosamente affermatisi nel corso dei secoli passa attraverso le risposte che una società – e di conseguenza il suo sistema formativo – è in grado di dare al corso storico con cui si confronta.

Vale la pena tener presente che, al di là della rapidità che lo contraddistingue, il cambiamento in atto si esprime anche sotto forma di una maggior complessità del mondo attuale, che è sicuramente meno legato a norme prestabilite (e quindi in una certa misura unificatrici) rispetto a quanto non avvenisse in passato. Ciò favorisce, tra le altre cose, il manifestarsi a tutti i livelli di scelte e comportamenti maggiormente individualizzati, che richiedono all’insegnante delle capacità di ‘lettura’ che vadano al di là della pura e semplice applicazione di procedure collaudate. È evidente come nel contesto attuale ognuno ambisca (nel bene e nel male) ad essere protagonista della propria esistenza, e questo vale in modo particolare anche per gli allievi. Una situazione di questo tipo, proprio per le sue caratteristiche, richiede la presenza di operatori che siano autentici professionisti dell’insegnamento e dell’educazione, ossia persone che, al di là del sapere disciplinare, dispongano di competenze esperte – e quindi debitamente fondate sulla ricerca scientifica in ambito educativo – su come gli allievi apprendono, socializzano, si situano in contesti virtuali e di rete, e via di seguito.

Benché il discorso valga anche per il settore primario, in questo articolo, anche per ragioni di spazio, l’attenzione è rivolta all’ambito secondario. Qui troviamo oggi persone in possesso di estese conoscenze rispetto a certi ambiti disciplinari – siano essi la lingua italiana o la biologia – che, mediante corsi appositi, apprendono in un secondo tempo un certo numero di tecniche didattiche. Questo sistema viene solitamente definito ‘consecutivo’. In altri Paesi (ad esempio in Svezia o in Finlandia), la formazione dei docenti avviene invece secondo modalità diverse, mediante modelli denominati ‘simultanei’. In essi, in genere, una persona si forma subito come insegnante, già a partire dal secondo anno di università: ad esempio, uno studente che si iscrive alla facoltà di storia può scegliere di diventare insegnante di storia. Quindi, la scelta della professione docente avviene in pratica in prima battuta e non dopo la conclusione del curricolo accademico. Durante gli anni di formazione, i futuri insegnanti hanno l’opportunità sia di studiare, sia di applicare metodologie didattiche, parallelamente alle nozioni e ai concetti relativi alla disciplina in cui si stanno specializzando. È evidente che chi si forma in tal modo, oltre ad esprimere una motivazione di fondo verso l’insegnamento, sviluppa negli anni un senso di appartenenza alla professione docente, indipendentemente dalla disciplina studiata. Diverso è il caso del sistema consecutivo, nel quale un insegnante si sente sempre in primis un matematico, uno storico, un biologo, e via di seguito. D’altro canto, se si guardano le cose con un po’ di pragmatismo, non si può fare a meno di notare come lo studio di materie quali la lingua italiana, le lingue straniere, la storia o la geografia conduca nella stragrande maggioranza dei casi all’insegnamento, essendo, tanto per fare un esempio, le professioni di critico letterario o di storico riservate a pochi soggetti. Il sistema consecutivo, al di là del fatto che prolunga eccessivamente nel tempo la formazione dei docenti, pone di fatto vari ostacoli sulla strada di un’autentica professionalizzazione degli insegnanti.

Naturalmente, anche se di grande importanza, la formazione iniziale non è l’unico aspetto in gioco. Oggi si parla (molte volte anche a sproposito, purtroppo) di lifelong learning: si tratta di un concetto sicuramente molto importante, che ci dice come una persona, per poter far fronte allo sviluppo professionale e tecnologico, debba continuamente imparare (e disimparare) nel corso della vita. Prendiamo i medici: in certi ambiti si usano oggi metodologie completamente diverse rispetto anche solo a 20-30 anni fa, sviluppate mediante la ricerca e poi diffuse su larga scala. L’apprendimento continuo è fondamentale: un bravo medico non può oggi fare a meno di tenersi aggiornato. La formazione iniziale, benché molto importante, non è ormai più sufficiente. Lo stesso discorso vale per molti altri ambiti professionali, e tra questi vi è sicuramente quello della scuola.

Vi sono tre momenti-chiave nella vita professionale di un docente: la formazione iniziale, le prime esperienze di insegnamento e il proseguimento della carriera. Queste tappe devono essere adeguatamente strutturate e coordinate, in quanto dovrebbero far parte di un unico processo che avviene nel corso degli anni. Attualmente, per quanto riguarda le prime esperienze di insegnamento la/il giovane docente è troppo spesso lasciata/o a sé stessa/o, mentre la formazione in carriera è vista sotto forma di aggiornamenti marginali rispetto ad un’impostazione di fondo acquisita durante la formazione iniziale (il cosiddetto “bagaglio”).

In realtà, come visto, oggi a volte sono necessari cambiamenti profondi nella propria pratica di insegnamento, un fatto che implica, tra le altre cose, uno spostamento del baricentro dalla formazione iniziale verso quella in carriera.

Ma l’aspetto sicuramente più problematico di questo quadro è la quasi totale estraneità del mondo della scuola ai risultati provenienti dalla ricerca in educazione. Ad esempio, oggi le moderne scienze dell’apprendimento hanno messo in luce in modo sufficientemente rigoroso le dinamiche alla base dei processi di apprendimento degli allievi, ma tali risultati non hanno praticamente alcuna risonanza all’interno dei nostri istituti scolastici, fatta eccezione per quei rari casi di insegnanti che si danno da fare in modo del tutto autonomo. La ricerca educativa deve poter essere la base per le risposte che la scuola dà alle problematiche generate da un contesto quanto mai complesso e mutevole, proprio come avviene in altri ambiti, quali ad esempio quello medico o quello economico.

Per far questo è necessario rivedere le modalità operative della ricerca applicata e dei procedimenti di sviluppo all’interno degli istituti scolastici, cercando di creare un legame tra bisogni presenti “sul territorio” e possibili risposte generate da approcci esperti, ponendosi allo stesso tempo in modo aperto il problema della continuità e del radicamento effettivo di tali iniziative.

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