Il fatto che la scuola abbia oggi notevoli difficoltà ad interpretare il proprio ruolo, in una società in rapido cambiamento, è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno, che non si restringe certamente al canton Ticino, ma è comune alla maggior parte dei paesi sviluppati, vede in sostanza un’istituzione ancora per molti versi legata ad un modello ottocentesco cercare di dare delle risposte, in modo non sempre ideale, a delle sollecitazioni provenienti da un contesto socio-economico post-moderno di tipo globale che possiamo definire in modo sintetico come società dell’informazione.
La scuola che abbiamo ereditato dal secolo scorso ha come caratteristica importante il fatto di essere concepita e strutturata come contesto isolato, messo al riparo,mediante “schermi” fisici e socio-culturali, dalle influenze del disordine proveniente dal mondo esterno. Ne sono un esempio le mura dell’aula scolastica, ma anche, ad un livello meno materiale, l’educazione fornita dalla famiglia. L’efficacia di queste protezioni è tuttavia oggi ormai molto limitata: le mura dell’aula sono agevolmente scavalcate da apparecchi elettronici sempre più miniaturizzati, capaci di comunicare tramite reti senza fili; sulla crisi della famiglia, poi, sono stati spesi fiumi di parole.
Di fronte a questa situazione, vi è stata, nel corso degli anni, una proliferazione di analisi più o meno valide, e varie sono state le richieste rivolte alla scuola da vari settori della società; alcune ricette sono state prescritte e applicate, ma il cambiamento raramente ha sortito i risultati auspicati, anche perché il paradigma di riferimento, nella sua sostanza, è rimasto quello ottocentesco.
Nel frattempo, la situazione è progressivamente peggiorata.
In quanto esseri umani, ameremmo poter dare delle spiegazioni semplici e dirette a tutti i fenomeni che ci riguardano (Kant direbbe che vorremmo poter intuire in modo immediato la realtà). È quindi una cosa molto tentatrice (oltre che gratificante) stabilire la causa di un certo problema. Il passo che da qui conduce ad individuare un colpevole, come in un romanzo giallo, è poi breve. Ed è proprio questo che avviene (ed è avvenuto anche in passato) nel caso di quella che per molti è una degenerazione della scuola: la causa del dissesto (e la relativa colpa) sono ricadute, a dipendenza del punto di vista di chi emette il giudizio, sugli insegnanti, sui genitori, sulle gerarchie scolastiche, sui politici, e via di seguito. Recentemente, sulle pagine di questo giornale, è stato individuato (o meglio, re-individuato, visto che non è la prima volta che ciò avviene) un ulteriore colpevole: la pedagogia.
In primo luogo, mi preme fare un’osservazione: al giorno d’oggi, alla luce di tutto il corpus di ricerche condotte e riconosciute da parte della comunità scientifica internazionale, è più opportuno parlare di scienze dell’educazione che non di pedagogia. Secondariamente,mi sembra importante porre una premessa: i problemi che sta vivendo oggi la scuola a livello globale non possono essere semplicemente analizzati utilizzando uno schema di causalità lineare, ma devono essere visti in un’ottica globale, sistemica, che cerchi di tener conto della complessità della questione. Vari sono quindi i fattori che devono essere considerati; tener conto di uno solo è in effetti un po’ semplicistico. Ma tant’è, in fin dei conti anche questa è una tendenza in sintonia con i tempi che stiamo vivendo. Tuttavia, anche considerando le cose in termini di influsso parziale – ossia in combinazione con altri fattori – è assurdo parlare astrattamente di peso eccessivo della pedagogia. Infatti, la riflessione deve essere fatta sugli obiettivi e sugli scopi della scuola contemporanea. Se si ritiene ad esempio che la scuola debba continuare a formare l’allievo non solo come futuro professionista, ma anche come cittadino e persona, e che ogni individuo che entri in un sistema formativo abbia, per quanto possibile, il diritto di portare a maturazione in modo ottimale le proprie potenzialità e di sviluppare delle competenze valide in vari ambiti, in un contesto come quello attuale è imprescindibile fare capo in modo consistente a studi scientifici in materia di educazione. Casomai, occorre invece interrogarsi sull’efficacia dell’applicazione dei risultati delle ricerche scientifiche alla realtà degli istituti scolastici. Nei fatti, una pura e semplice replica del modello tradizionale dell’istruzione, basato sulla trasmissione-riproduzione di contenuti, “depurato” per così dire dalla pedagogia, rinuncerebbe di fatto anche solo a tentare di far sì che molti allievi sviluppino delle capacità di comprensione, riservando quest’ultima, nella miglioredelle ipotesi, solo ai cosiddetti alunni “dotati”.
È evidente che gli istituti scolastici, le cui barriere protettive sono, come detto, sempre meno efficaci, sono oggi confrontati con problematiche che travalicano l’ambito puro e semplice dell’istruzione.
Anche se è corretto affermare che l’insegnante non deve diventare un assistente sociale, d’altro canto è una pura illusione pensare di tornare alla scuola di trenta- quarant’anni fa. La scuola deve infatti confrontarsi con la realtà esistente, e le soluzioni improntate ad un improbabile ritorno ad un’era aurea (sempre che questa sia mai esistita) lasciano il tempo che trovano.
Occorre quindi guardare in un’altra direzione. Vi sono ad esempio alcune esperienze degne di nota, in particolare in un certo numero di istituti scolastici, ad esempio negli Stati Uniti o in Canada – che operano tra l’altro, in certi casi, in quartieri ben più “difficili” rispetto alla situazione ticinese – e , in modo più sistematico nei paesi scandinavi, che indicano la via che può essere percorsa. In genere, le esperienze realizzate mostrano come l’istituto scolastico, nel quadro di un’autonomia reale, costruita all’interno di un framework di regole essenziali, possa divenire una vera “comunità che apprende” e così far fronte in modo attivo ed efficace alle problematiche poste dal contesto socio-economico al cui interno è inserito. Esistono quindi delle situazioni concrete – anche, come detto, in contesti problematici – nelle quali la scuola mostra di saper rispondere in modo valido alle sfide poste dalla società contemporanea, e nelle quali la pedagogia, o meglio, le scienze dell’educazione giocano un ruolo importante. Naturalmente, il discorso qui esposto ha come presupposto che la scuola, nella propria ricerca di una qualità dell’offerta formativa che sia adeguata ai tempi che stiamo vivendo, non perda per strada il discorso dell’equità, che è già oggi di difficile realizzazione. A questo proposito, vale forse la pena ricordare come gli istituti scolastici di paesi quali la Finlandia e la Svezia, oltre a brillare per i risultati ottenuti nelle comparazioni internazionali, diano a tutti gli allievi delle ottime opportunità formative e sappiano gestire in modo molto efficace le problematiche legate alla socializzazione degli alunni.
In questi contesti, l’operato dell’insegnante non è quello di un assistente sociale, quanto piuttosto quello di un vero e proprio professionista dell’educazione che agisce all’interno di una comunità che apprende. E tutto questo avviene con un contributo molto consistente delle scienze dell’educazione.