ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


La scuola di oggi e quella che verrà



Alcune settimane fa, sul settimanale ‘Azione’, Angelo Rossi ha fatto alcune considerazioni sulle prestazioni del sistema scolastico ticinese. In sintesi, in termini di risultati agli esami di maturità (liceale e professionale) il nostro cantone, sulla base dei dati pubblicati dall’Ust, risulta essere ai primi posti in Svizzera, con il 48% degli allievi diplomati (in realtà il 49,3%, includendo anche la maturità specializzata) rispetto ad una media nazionale del 36,4%.

Se comparati con tali esiti, tuttavia, argomenta Rossi, i nostri risultati alle prove Pisa denotano invece un rendimento assai meno brillante. L’autore si spinge a dire che “sembrerebbe quindi che la scuola ticinese dell’obbligo persegua come fine della formazione l’aurea mediocrità”, e avanza come possibili ipotesi esplicative dell’incongruenza segnalata (o presunta tale) un forte miglioramento delle prestazioni scolastiche tra i quindici e i diciannove anni, oppure il fatto che gli esami di maturità siano meno selettivi da noi rispetto agli altri cantoni. In ogni caso, dice Rossi, con un grado di successo tanto elevato agli esami di maturità, ci si aspetterebbe che il Ticino avesse anche una quota superiore di diplomati al livello terziario, ma le persone attive con titoli universitari nel nostro cantone sono solo il 30 per cento. È importante, quando si fanno simili comparazioni, paragonare rilevazioni che abbiano almeno un certo grado di affinità reciproco. Questo non è però il caso del test Pisa e degli esami di maturità. Infatti, il primo si propone di verificare, su un campione di quindicenni scelto casualmente secondo modalità stratificate, il livello delle loro competenze in tre discipline (matematica, scienze e lingua madre). L’esame di maturità ha invece delle finalità piuttosto diverse. Innanzitutto, il campione non è scelto casualmente su tutta la popolazione di studenti coetanei, ma è costituito da allievi che sono per così dire stati “filtrati” in precedenza, prima alla fine della Scuola media, e poi durante gli anni del Liceo. Detto in altri termini, la scelta non risponde ai criteri della casualità. In secondo luogo, tale esame non mira ad appurare la presenza di competenze generali, ma piuttosto cerca di verificare in che misura certi contenuti di insegnamento, presenti nei piani di studio, siano o meno padroneggiati dagli alunni. Di conseguenza, se si ha a cuore il rigore, non ha senso proporre comparazioni fra misurazioni tanto eterogenee. Occorre poi tener conto del fatto che i sistemi scolastici dei cantoni svizzerotedeschi sono piuttosto diversi rispetto a quello ticinese, in quanto prevedono dei percorsi formativi selettivi già a partire dai primi anni della Scuola media, sulla base di una filosofia di fondo che prevede tipologie di scuole diversificate a seconda delle capacità dell’allievo. Di conseguenza, è verosimile che, dal momento che i nostri alunni fin dalla terza media seguono un curricolo formativo sostanzialmente indirizzato verso l’ottenimento della maturità in numero sensibilmente maggiore rispetto ai propri compagni d’Oltralpe, si diplomino poi anche in misura superiore. L’ipotesi della minore selettività dei nostri esami di maturità, oltre a non essere plausibile, non ha nessun elemento che possa sostenerla, e un forte miglioramento rimane pure nel campo delle ipotesi, dal momento che, come detto, non può essere definito sulla base di una comparazione fra i risultati al test Pisa e quelli all’esame di maturità. Rispetto alla questione del successo accademico degli allievi ticinesi, al momento non esistono dati precisi in merito, tuttavia da alcune stime fatte appare evidente come i nostri studenti non abbiano delle performance inferiori ai loro compagni svizzero-tedeschi e romandi: quello che si sa con certezza è che essi tendono a terminare gli studi in tempi più brevi. Sul tema sarebbe comunque auspicabile disporre di informazioni più dettagliate.

Cervelli in fuga

Infine, il fatto che in Ticino solo il 30% delle persone impiegate disponga di un titolo universitario (un dato comunque in linea con quelli di altri cantoni) è indice comunque di una fuga di cervelli verso realtà socioeconomiche in grado di offrire maggiori possibilità di impiego. In questo, l’autore di “Un’economia a rimorchio” solleva una questione che nel tempo non ha trovato soluzione, ossia quella di un modello di sviluppo capace di coordinare fra loro in modo efficace politiche educative e modelli di sviluppo economico. Occorre dire che nei fatti tale tendenza si è manifestata solo in misura molto limitata (la Supsi, di cui Rossi è stato direttore, ne è uno dei rari esempi): nel corso degli anni abbiamo assistito infatti all’espansione di una realtà economica comprendente alcune isole di eccellenza (perché le capacità non mancano certo nel nostro cantone) circondate spesso da realtà assai meno brillanti. La gestione non sempre avveduta dello scarso territorio di cui disponiamo a favore dell’installazione di attività produttive a basso o bassissimo valore aggiunto anche in tempi attuali sta a testimoniare il persistere di tale tendenza. Ma, tornando alle tematiche scolastiche, vale la pena precisare ancora qualcosa: al di là di ogni altro discorso, non si può comunque parlare di “aurea mediocrità”, dal momento che comunque i risultati ticinesi si situano nella parte superiore della graduatoria Ocse. Su tale fatto si era già espresso negli anni scorsi Gabriele Gendotti, e d’altra parte vari studi internazionali mettono in luce come in molti Paesi l’equità dei sistemi scolastici sia una premessa per una buona qualità dell’offerta formativa e non una palla al piede come pensa Rossi. Non ha infatti senso contrapporre eccellenza e promozione delle pari opportunità: occorre invece ragionare in termini di un miglioramento progressivo della qualità che benefici il maggior numero possibile di alunni. In questo senso, vi sono non solo dei margini di miglioramento per la nostra scuola dell’obbligo, ma anche le capacità professionali da parte dei nostri insegnanti di sfruttarli adeguatamente. Ed è proprio in questa direzione che va il progetto “La scuola che verrà”, recentemente presentato da Manuele Bertoli. I suoi assi portanti sono la differenziazione pedagogica e la personalizzazione dell’apprendimento, in funzione di una migliore gestione dell’eterogeneità – che, ricordiamolo, è uno dei fattori che influenzano sicuramente il nostro ritardo nei risultati Pisa rispetto ai cantoni che ottengono esiti migliori in tale ambito. Si tratta di un compito impegnativo, ma sicuramente alla portata della scuola ticinese e degli insegnanti che operano quotidianamente al suo interno, un elemento importante e oggi necessario nell’azione educativa dell’istituzione scolastica in funzione di una formazione efficace degli allievi quali persone, cittadini e futuri lavoratori.