ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Gli investimenti più efficaci? Quelli fatti nei primi anni di vita



Alcune settimane fa, Giuliano Bonoli ha scritto un interessate articolo sul settimanale ‘Il Caffè’, nel quale ha mostrato come “gli investimenti più efficaci per migliorare il livello di formazione di persone svantaggiate sono quelli fatti nei primi anni di vita”. Tale affermazione è sostenuta da uno studio realizzato dall’economista americano James Heckman, premio Nobel nel 2000. In tale ricerca, dal carattere longitudinale, si è tenuto traccia di un gruppo di bambini nati in condizioni sfavorite, ma a cui era stato offerto un corso di preparazione alla scuola tra i quattro e i sei anni. I soggetti sono stati seguiti fino al compimento del ventisettesimo anno di età, e i risultati hanno rivelato come essi, in paragone ad un gruppo di coetanei che non aveva avuto accesso a simili opportunità formative, presentavano redditi più elevati, minor rischio di dover richiedere aiuti all’assistenza pubblica e una propensione alla criminalità nettamente inferiore. In sintesi – ha calcolato Heckman – per ogni dollaro speso la comunità ne ha risparmiati sei.
Il fenomeno messo in luce trova riscontro nei sistemi scolastici più avanzati a livello mondiale, quali ad esempio quelli del Nord Europa. Infatti – per fare un esempio –, una cosa che stupisce a prima vista, quando guardiamo alla Finlandia, è la coesistenza di ottimi risultati a livello di apprendimenti rilevati mediante i test Pisa con una scuola comprensiva, nella quale gli alunni non vengono bocciati. Uno degli elementi che aiutano a meglio comprendere tutto ciò è dato dal fatto che, al di là della pura e semplice performance scolastica, questi Paesi esprimono anche elevati indici di equità: ciò vuol dire che, tra il migliore e il peggiore allievo, e tra l’istituto scolastico che raggiunge i migliori risultati e quello che invece ha la minor performance, lo scarto è molto ridotto. Chiaramente, ciò è dovuto a tutta una serie di fattori che agiscono a livello del sistema. Tuttavia, al loro interno la prevenzione delle difficoltà scolastiche in tenera età e la realizzazione di piani di studio individualizzati durante la formazione giocano un ruolo molto importante, in conformità con quanto Bonoli riporta.
Il Canton Ticino si trova oggi in un periodo particolare, che potremmo definire di transizione. Stiamo infatti passando, volenti o nolenti, da una condizione di soggetto debole, ma comunque per così dire “protetto” da tutte le garanzie offerte dal contesto nazionale elvetico, ad uno status di regione insubrica che deve oggi fare i conti con varie sfide poste da un mondo globalizzato. Su questo scenario pesa in modo notevole il fatto di confinare con un sistema- Paese – ossia con l’Italia – che si trova in notevole difficoltà.
In un mondo di questo tipo, al di là delle apparenze, non ha assolutamente senso proporre delle soluzioni ispirate all’isolamento, come alcuni ritengono auspicabile: quello che occorrerebbe invece fare è affrontare questi nuovi fenomeni in modo efficace, non limitandoci a voler preservare la nostra identità culturale, ma operando attivamente perché essa possa evolvere – pur senza snaturarsi – in relazione con quanto sta oggi accadendo a livello globale. Uno dei presupposti di tale processo è senza dubbio la presenza di livelli elevati di educazione e formazione presso la popolazione, e tale fatto è ottenibile solo mediante un miglioramento non solo dell’efficacia, ma anche e soprattutto dell’equità del sistema formativo.
Oltre ad essere un periodo di transizione, questo è anche un momento di vacche magre.
La spesa pubblica è sottoposta a revisioni e restrizioni, le risorse a disposizione tendono a diminuire. Tradizionalmente, il nostro Cantone ha seguito la politica dei tagli lineari. È evidente che un simile approccio – al di là di contribuire hic et nunc al risanamento dei conti – non è in grado di condurre molto lontano.
Quello che manca è una visione che definisca possibili scenari di sviluppo sociale, economico, ambientale del nostro territorio, o, detto in altri termini, un profilo in grado di delineare come sarà il Canton Ticino tra venti-trent’anni. Sulla base di una concezione di questo tipo si potrebbe realmente rivedere la questione della spesa pubblica, inserendola per quanto possibile in un’ottica di investimento. Tuttavia, una cosa è certa: un approccio di questo tipo implica una chiara necessità di investire in educazione, e le questioni legate alla prevenzione dell’insuccesso scolastico e alla differenziazione della formazione offerta sono aspetti-chiave all’interno di tale esigenza. Nei fatti, è in corso una profonda riflessione su di essi all’interno della scuola ticinese; tuttavia – in termini operativi – non è possibile concepirli in modo adeguato all’interno di un intervento politico orientato a realizzare tagli lineari alla spesa.
Solo passando ad una concezione della spesa pubblica come investimento misure di questo tipo possono giungere a dispiegare in modo completo tutte le loro potenzialità: la premessa necessaria per poter giungere a risparmiare i sei dollari, è infatti che se ne spenda almeno uno.

 

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