La commissione scolastica ha firmato a maggioranza il rapporto che preavvisa favorevolmente la creazione di una nuova facoltà dell’Università della Svizzera italiana: nella prossima tornata parlamentare si darà dunque il via alla facoltà di scienze informatiche dell’USI. Non ho firmato quel rapporto, di cui pure ho apprezzato alcuni importanti sforzi di approfondimento e di critica, e vorrei rapidamente indicare alcuni dei motivi che mi hanno portata a questa decisione.
Nelle prossime settimane l’USI presenterà una pianificazione pluriennale dello sviluppo delle proprie strutture: così il rapporto. Si tratta di un atto cui l’USI è tenuta ma al quale non ha finora dato seguito, nonostante diverse sollecitazioni. Dato che la pianificazione pluriennale è pacifica e acquisita per le altre università svizzere ( vedi la pianificazione per gli anni 1997- 2007 dell’Università di Basilea, www. unibas. ch), l’USI si configura dunque da questo profilo come singolare eccezione. Credo si sia tutti d’accordo sul fatto che sia giusto e salutare che il paese sappia dove va la sua Università, che sia informato sugli indirizzi dell’USI e delle sue facoltà, soprattutto in regime di ristrettezze finanziarie.
Così come in altri settori chiave della vita pubblica ( ad esempio la sanità), lo strumento pianificatorio è di centrale importanza per la definizione delle strategie d’insieme che si intendono adottare ma anche per la valorizzazione dell’esistente e l’individuazione delle nuove necessità. Ora, se questo strumento tanto atteso sembra essere finalmente in dirittura d’arrivo, perché non attendere qualche settimana prima di votare? Perché non valutare l’opportunità della singola strategia di intervento sulla base di un più completo e preciso quadro d’insieme, dove sono indicate le vie che si intendono percorrere per tutta la struttura ( le tanto decantate “ sinergie”)?L’investimento nella ricerca e nella cultura, che aiuti una crescita civile della Svizzera italiana, la promozione della sua economia e la diffusione del benessere, è principio ovviamente da difendere.
Altrettanto ovvio l’assioma - ribadito dal presidente dell’USI in un suo intervento sulla stampa di qualche giorno fa - per cui l’eccellenza dell’USI sta nella sua competitività con altre università. Su questo si può essere tutti d’accordo: bisogna fare meglio della concorrenza. Per fare meglio della concorrenza, lo dice la stessa legge costitutiva dell’USI ( 1995), occorre però per incominciare “ una qualità scientifica di rilevanza internazionale”e“ uno sviluppo conforme alle risorse disponibili e alla domanda ” .
È allora lecito domandarsi se la progettata facoltà possa oggi rispondere adeguatamente a queste condizioni, non solo attraverso enunciazioni semplificatorie e “ di marketing ” , ma nella sostanza. Io credo di no: l’offerta di corsi in informatica ( corsi, si badi bene: non si parla, altrove, di facoltà!) è molto elevata, in Svizzera e nell’Italia del nord, i nostri due “ bacini concorrenti ” , di notevole qualità e molto variegata. Nessuno ha sinora saputo dire dove concretamente risiederebbe quella “ assoluta novità didattica ” che caratterizzerebbe la nuova offerta luganese, né da dove provenga quella sufficiente, se non addirittura esuberante domanda del mercato così spesso evocata ( i dati sull’occupazione nel settore, per stessa ammissione dell’USI, sono tutt’altro che univoci). L’offerta proposta dall’USI si troverebbe così a essere, più verosimilmente, quella di un buon corso di laurea in informatica, attrattivo quanto ( non di più) quello di altre università. Ma ammettiamo pure che il programma elaborato dallo studio di fattibilità sia tale da portare un bravo maturando di Zollikofen o di Cantù ( o uno degli attuali 60 - 60! - ticinesi che studiano informatica in Svizzera) a decidere di iscriversi a Lugano. Occorre quantomeno garantirgli, assieme ai buoni programmi, buoni docenti, che sappiano trasmettere quei contenuti di eccellenza ( per avere professori eccellenti, sia detto per inciso, bisogna poterli pagare bene: e le somme previste per questa voce dal progetto lasciano al proposito qualche perplessità). Certo non si può dare un giudizio preventivo: ma visti i non sempre felici precedenti, è quantomeno legittima la richiesta di avere su questo delicatissimo aspetto più solide garanzie.Le reazioni avute in questi giorni dai vertici dipartimentali e dell’USI sul punto cruciale della nomina di professori di eccellenza, senza condizionamenti di nessun tipo ( attraverso l’adozione di diversi meccanismi di nomina) non lasciano ben sperare. In risposta alla loro reiterata difesa dell’autonomia dell’USI giova forse riportare le parole di Adriano De Maio, già alla guida del Politecnico di Milano e ora rettore della LUISS di Roma: “ Oggi bisogna educare all’autonomia vera, di tipo anglosassone, che significa responsabilità nella gestione delle risorse ma anche impegno a rendere conto di quello che fai, responsability and accountability. Perché altrimenti è discrezionalità pura, non autonomia”.(“ Corriere della Sera ” , 23.9.03). Umberto Eco aveva forse in mente anche questo tipo di autonomia, un’autonomia nobile, quando nel 1995 propose per la nascente USI l’immagine della Oxford con il lago.
Quanto la nostra USI si avvicini, almeno nei fondamenti, a quel modello, sta a ognuno di giudicare. Ma per noi oggi resta quello l’obiettivo, che ci porta a suggerire, prima di aggiungere una nuova costruzione a questo giovane edificio, di consolidare e rafforzare la struttura esistente. Oxford non si fa in un giorno.