Cari allievi, stimati genitori, non è colpa nostra: non lo abbiamo assolutamente chiesto noi.
Da comunicazione ufficiale del 25 settembre abbiamo appreso che il Consiglio di Stato ha deciso di concedere (?) ai funzionari e ai docenti comunali e cantonali un giorno di vacanza in più per l’anno scolastico in corso. Le aule saranno così chiuse mercoledì 23 marzo 2016. Non mi preme tanto sottolineare la disparità della misura per funzionari e docenti (Si e Se sono chiuse il pomeriggio, nelle scuole successive l’orario parziale è ormai regola generale per sopravvivere e dunque diversi docenti non lavorano di mercoledì …), quanto l’assurdità della medesima. Malgrado manchi una qualsiasi motivazione nel testo ufficiale, è facile capire che si tratta di un contentino, una caramella appunto, per cercare di far digerire ai dipendenti pubblici i nuovi tagli al loro salario contenuti nel preventivo 2016 del Cantone di prossima discussione in Gran Consiglio. Tagli pesanti, soprattutto tenendo presente che sono gli ultimi di una lunghissima serie ininterrotta che dura ormai da 23 anni e che si somma ad altrettante misure di risparmio che hanno aumentato il carico di lavoro e intaccato la qualità dell’insegnamento: aumento del numero di allievi per classe e dell’orario di lavoro, diminuzione dello sgravio per docenze di classe e dell’offerta formativa per gli allievi … Tutto per ridurre il de?cit cantonale: ricordo però che i docenti non hanno contribuito a crearlo in quanto non hanno nemmeno il diritto di aspirare a sedere a Bellinzona.
Tenetevela la mezza giornata di vacanza, è carità pelosa. Evitate di mettere nei pasticci allievi e genitori e ri-dateci i mezzi per fare il nostro lavoro come si deve! Se questi sono gli strumenti che la maggioranza dei nostri politici applica per frenare lo scadimento della formazione e la demotivazione dilagante nel corpo docenti, beh, è l’ennesima dimostrazione che di scuola non capisce un tubo e continua ad essere troppo arrogante per ascoltare chi invece la vive. Spero, davvero, di essere contraddetto dal voto del parlamento.