Egregio Direttor Gendotti,
nel giro di pochi giorni si è espresso su diversi temi fondamentali riguardanti il mondo della formazione: il percorso di abilitazione all’insegnamento, l’attrattiva della professione e il burnout crescente nella categoria dei docenti.
Temi che da anni chi opera quotidianamente nella Scuola e i loro rappresentanti sindacali le segnalano come problematici e premono per applicare le soluzioni che le suggeriscono.
Da una sua intervista sulla stampa apprendiamo che, per ovviare alla penuria di docenti, intende sostituire la formazione a tempo pieno all’ASP con un corso di formazione en emploi.
La notizia non può che farci piacere: sosteniamo infatti da parecchio tempo che il peso dell’investimento di due anni post-laurea senza garanzia di impiego, sommato all’eccesso del peso delle componenti didattiche e pedagogiche a discapito di quelle disciplinari nella valutazione dei candidati, rappresentano un freno importante per molti giovani laureati validi che di conseguenza intraprendono altre carriere.
Però, pur condividendo la decisione, non possiamo che segnalare il nostro sconcerto circa l’improvvisazione della misura: non ci sembra serio cambiare le condizioni di accesso e di formazione da un anno all’altro meramente in funzione delle necessità del mercato. Altre sue considerazioni a margine del documento “L’identità professionale del docente” lasciano invece un po’ più perplessi, anche se speranzosi.
La sua valutazione dell’immagine della figura del docente agli occhi della maggioranza dell’opinione pubblica non corrisponde più, purtroppo, alla realtà e questo, sicuramente, non per demerito degli insegnanti. In alcuni momenti del recente passato è stato politicamente utile spalleggiare visioni populiste, lesive dell’immagine delle nostra professione: questi semi hanno messo radici, basta entrare in una qualsiasi osteria alla domenica mattina o partecipare ad un qualsiasi incontro genitori-docenti.
Questo contribuisce grandemente anche ad un altro tema da lei sollevato, il burnout crescente nella classe dei docenti. Lei parla testualmente di “docenti di 55-60 anni d’età particolarmente affaticati che guardano al vicino pensionamento come unico rimedio per trarsi d’impaccio”, per poi rincarare affermando che il problema riguarda anche gli insegnanti più giovani.
Anche in questo caso non sono mancati i segnali di malessere da parte della Scuola. L’aumento dei compiti e l’evoluzione della professione stanno consumando i docenti. Le risposte del suo dipartimento, i continui tagli nella formazione, non possono essere cancellati da uno studio, peraltro valido, e dalla cura dei sintomi.
È indispensabile e urgente sanare le cause, ad esempio diminuendo il numero di allievi per classe, riducendo l’orario di insegnamento dei docenti anziani e, perché no, valutare seriamente se l’introduzione dell’ora in più per i docenti cantonali sia una misura sopportabile.
Vogliamo crederle quando sostiene che i lavori intrapresi non sono da considerare “un esercizio-alibi, tanto per rispondere a rivendicazioni da tempo sul tavolo”. Ma proprio perché le rivendicazioni, cioè le soluzioni, si conoscono e vengono ignorate, ci permettiamo di nutrire, otre alle speranze, qualche dubbio.