Chi si occupa di formazione non dovrebbe esimersi Tanto tuonò che non piovve. O, meglio, a cadere è stata una pioggerella fine, che però potrebbe bastare a spegnere l’incendio. O perlomeno a evitare che si propaghi. Per ora. La decisione di Manuele Bertoli di non sperimentare la mensa per tutti alle Medie di Cadenazzo e Cevio già dal prossimo settembre bensì dall’anno scolastico 2013-14 probabilmente calmerà una parte degli animi. Animi che si erano accesi come micce pronte a mandare al rogo il progetto-pilota del Decs che prevedeva la contemporanea soppressione del bus a mezzogiorno al grido di “giù le mani dalla pausa pranzo!”. Un rogo appiccato ancor prima che direttore e funzionari del Dipartimento educazione presentassero motivazioni e contenuti di un test che lo stesso Bertoli ieri ha ricordato essere « solo una piccola parte di un più ampio progetto »: generalizzare la ristorazione nelle scuole medie.
Non è tanto questa visione, par di capire, a venir messa sotto accusa. Servono più mense? Che si facciano. Ma a costo zero. Perché qui sta il nocciolo della questione: l’aumento della richiesta di questo servizio (innegabile, dati alla mano) non conosce freni. Lo Stato è dunque invitato – di più, sollecitato: vedi anche il successo delle due iniziative popolari in tal senso – a costruire nuove infrastrutture laddove non esistono e ampliare quelle che ci sono ma che a medio e lungo termine non basteranno. Purché non si debba mettere mano al portafoglio e nemmeno ‘mollare’ qualcosa.
Non occorre essere politici, tantomeno ingegneri, per capire che non si parla di bruscolini in termini di costi. Il Ticino non naviga nell’oro: per investire di là, è necessario tagliare di qua.
Nella fattispecie, pensare di eliminare i trasporti speciali del mezzogiorno. Apriti cielo! Alla protesta c’è (finora) mancata solo la discesa in piazza, per il resto s’è visto di tutto: lettere ai giornali, petizioni, clima da stadio agli incontri. Ognuno – e ci mancherebbe altro! – è libero di pensarla come vuole. E in questo Paese è pure libero di esprimersi.
Qui non è tanto la questione di chi abbia o meno ragione. Il fatto è che la società sta cambiando: sempre più donne continuano o tornano a lavorare dopo la maternità, cresce il numero di famiglie monoparentali, aumenta la fascia di persone per cui lavorare non è una scelta ma una necessità per fare quadrare i conti.
Non è compito del governo definire se questi cambiamenti avvengano in bene o in male. Suo compito è invece capirne l’entità e, soprattutto, non giungere impreparati quando scoppierà il “bubbone”. Già oggi le mense non bastano; non dappertutto. Quello che vuole dare la possibilità a chi ne ha bisogno (di norma le fasce della popolazione meno abbienti) di appoggiarsi a una mensa è stato definito uno Stato invadente. Uno Stato che vuole sostituirsi alla famiglia nell’educazione dei figli. Ma la pausa pranzo dev’essere un momento educativo per ragazzi più adolescenti che bambini? Quegli stessi figli che, per inciso, in larga parte hanno pranzato alla scuola dell’infanzia anche se erano molto più piccolini.
A quello stesso Stato, d’altro canto, si chiede di essere tutt’altro che invadente, garantendo (a spese sue, s’intende) servizi dati per acquisiti “a vita”, come i bus a mezzogiorno, magari con la fermata davanti alla porta di casa perché andar per strade oggi non è sicuro come una volta. La soppressione del trasporto per pranzo non significa che tutti gli allievi saranno obbligati a restare a scuola a mangiare. Certo, richiederebbe un “sacrificio” in più a chi può far tornare il figlio a casa: andare a prenderlo e riportarlo. Un sacrificio insopportabile, per andare incontro ai bisogni di altri? Non vogliamo credere che sia così.
Il progetto-pilota slitta, qualcuno tirerà un sospiro di sollievo. Una reazione in cui s’intravede il rischio che la società – che poi, non è superfluo ricordare, siamo tutti noi – stia prendendo una brutta piega, in cui gli individui che la compongono sono ripiegati su sé stessi, impegnati come sono a guardare quasi esclusivamente ai bisogni personali. Soddisfatti i quali, quel che avviene fuori di casa poco importa. L'elenco potrebbe essere molto lungo: famiglie con figli a chiedere una scuola ad hoc; figli con genitori anziani più case di riposo; automobilisti più strade e più larghe; amanti della bici più ciclopiste; amici dei cani più parchi dove lasciarli liberi. Ognuno per sé. Chi per tutti, è un’altra storia.