Chi si occupa di formazione non dovrebbe esimersi dall’interrogarsi sul significato, rispetto alla propria attività, della attuale crisi economica. Tanto più se è vero che il disfunzionamento economico che ci perseguita da qualche anno non può più essere liquidato come un fenomeno meramente congiunturale, superato il quale tutto potrà tornare come prima. Qualcosa si è irrimediabilmente spezzato nel rapporto tra economia, politica e finanza, soprattutto nella loro rispettiva capacità di allearsi per promuovere crescita, benessere, pari opportunità, riduzione delle ineguaglianze. I segni del malessere e della barbarie si moltiplicano a vista d’occhio, parallelamente all’aumento del sospetto attorno a non pochi fenomeni che, affermatisi nel corso degli ultimi trent’anni con la forza indiscutibile di un dogma, oggi assumono tutt’altra colorazione, lasciando, in chi ne valuta la sostenibilità sociale, un retrogusto amaro. Penso, in particolare, a parole-manifesto come “delocalizzazione”, “razionalizzazione”, “flessibilità”. Questo stato di cose coinvolge in generale la formazione e in modo particolare la formazione professionale. Perché, dopo il tanto insistere sull’importanza di promuovere una politica della conoscenza all’altezza delle società ad alto tasso informativo e comunicativo, da più parti si fa strada la convinzione della necessità di riequilibrare il rapporto tra saperi orientati all’astrazione e saperi orientati, per così dire, all’immersione; cioè implicati direttamente nella materialità fisica dei processi produttivi. Più precisamente, ciò di cui si fa questione è il controbilanciamento del predominio di quei profili che hanno la loro incarnazione nella figura dell’analista simbolico: colui che è in grado di produrre valore a partire dalla raccolta, dalla selezione e dalla elaborazione delle informazioni. Come sappiamo, l’analista simbolico, in tutte le sue varianti (dall’intermediario finanziario al consulente, al progettista), è stato il grande protagonista della new economy, il nuovo eroe del lavoro che avrebbe dovuto contribuire a traghettare l’economia dallo stadio industriale a quello post-industriale. Una figura perfettamente congruente a ciò che Bernard Paulré chiama capitalismo cognitivo. Ora, dopo decenni in cui la conoscenza è stata spinta a declinarsi sull’enciclopedia dell’analista simbolico, scopriamo che in molti casi questa figura dimostra una scarsissima conoscenza del mondo reale. Come ha ricordato Stefano Micelli, molte delle interviste realizzate ad analisti simbolici impegnati sul fronte della finanza innovativa all’indomani del crack Lehman (la più gande bancarotta nella storia degli Stati Uniti) hanno rilevato profili professionali, codici comportamentali e sensibilità umane letteralmente sconnesse dai vissuti di ciò che siamo soliti chiamare società civile.
L’osservazione è importante: ci sono attività che si riproducono attraverso conoscenze il cui effetto è quello di disgiungere i suoi attori dalla realtà della comunità in cui vivono. È proprio il contrario di quanto avrebbe dovuto realizzare la mondializzazione: anziché un mondo unico, siamo posti dinnanzi alla produzione di mondi paralleli incomunicanti, drammaticamente scissi anche quando appartenenti alla stessa realtà geografica.
La formazione professionale, l’apprendistato, l’acquisizione di una maestria in senso letterale, in questo quadro, possono assumere un ruolo di primo piano: non appena li si pensi come fattori centrali nella riabilitazione del vissuto esperienziale pratico. Un’occasione, dunque, per educare alla complessità del mondo reale, alle sue dinamiche e alle sue leggi, anziché alle scorciatoie della virtualità ingegneristico-finanziaria, e in virtù di questo legame con il mondo reale e con gli altri per partecipare alla creazione di una opinione pubblica fondata su esperienze concrete e condivise. Sempre di più, oggi, si tende infatti a mettere in discussione l’idea che il mondo del lavoro appartenga a chi opera sulle conoscenze generali astratte. Sottolineare, quindi, l’importanza della sintesi tra pensiero e azione, conoscenza astratta e esperienza, così mirabilmente documentata dal lavoro artigiano, vuol dire in primo luogo riconoscere l’autoreferenzialità sterile – in non pochi casi addirittura dannosa - di quelle “astuzie” del tutto sconnesse dai meccanismi di funzionamento della realtà sociale che la speculazione finanziaria ha incrementato perdendone poi il controllo.
Non è allora così sorprendente scoprire che le professioni attualmente più minacciate dall’esternalizzazione (basti pensare ai servizi tecnologici o di analisi delle informazioni erogati dall’India) siano quelle legate alla produzione di sapere astratto, proprio le stesse professioni enfatizzate nel recentissimo passato dalla cosiddetta società della conoscenza. Di qui l’importanza di promuovere attività ad alta personalizzazione del servizio, dove il ruolo di luoghi, esperienze e biografie non è indifferente al fine dell’apprezzamento del prodotto.
Se queste analisi sono corrette, la formazione professionale sarà sempre più al centro di un interesse che non riguarda solo l’economia e le sue esigenze, ma anche la costruzione di una cittadinanza più responsabile. Voglio dire che ci troviamo confrontati qui con un vasto campo di attività, in cui la relazione collaborativa e il riferimento al fare concreto mettono in gioco una dedizione non esauribile nel calcolo dell’utilità meramente strumentale. È la strada indicata da studiosi come Richard Sennett e Robert Putman, quando si interrogano sull’importanza dello sviluppo del capitale sociale, come risposta alle molte forme di lavoro dissociato diffuse oggi, orientate prevalentemente alla individualizzazione competitiva della performance, e dunque poco interessate a sviluppare reciprocità e responsabilità.
Più in generale, osserverei che quelle politiche formative che in questi anni si sono piegate acriticamente ai diktat della new economy, e più ancora al suo modo di intendere la qualità e l’eccellenza, hanno pensato di poter eludere la questione della reciprocità e della responsabilità imboccando la strada del controllo. Nella fattispecie quella del controllo delle competenze in uscita. Forse dimenticando che, come qualcuno ha scritto provocatoriamente, la pedagogia è un professione impossibile poiché al pari della psicanalisi e della politica tende a un obiettivo che può essere realizzato solo dal destinatario della parola messa in campo. La trasformazione, in questi casi, è sempre e solo autotrasformazione: l’istituzione creativa di un modo diverso di guardare se stessi e il mondo esterno. Forse è proprio questa impossibilità a generare quella ossessione del controllo circa i risultati e la misurabilità sul corto termine di cui conosciamo bene le insidie e le derive. La parola dell’insegnante mette in gioco la capacità autonoma di chi ha di fronte di recepirla e di poterne fare qualcosa: costruisce la sua efficacia nella mediazione di una relazione e quindi il suo effetto non è mai immediato. Questo spazio della mediazione è sovente il luogo delle nostre frustrazioni, quando si afferma la sensazione che le parole cadano nel vuoto. Allora, è certo doveroso interrogarsi su che cosa non abbia funzionato. Non mi sembra però che vada in questa direzione l’idea di valutare la qualità dell’insegnamento attraverso la misurazione dell’attenzione e della concentrazione dimostrata dagli alunni durante le lezioni. L’idea ha trovato la sua applicazione attraverso un progetto finanziato dal fondatore della Microsoft: una buona illustrazione di quell’ossessione del controllo di cui ho detto. Di cosa si tratta? Della dotazione di un braccialetto elettronico (e si badi bene, non si sta parlando di carcerati!) che permette di misurare la risposta galvanica epidermica del pubblico, in sostanza la sua attività elettrotermica. Così da individuare gli alunni attenti e quelli distratti o annoiati sulla base degli impulsi elettrici trasmessi dalla cute durante la lezione. L’equazione è chiara: emissione di poca attività elettrica è uguale a scarsa qualità dell’insegnamento. Siamo all’interno di quella stessa logica dell’immediato che, negli ultimi anni, ha spinto a considerare il breve termine come l’unica misura in base alla quale misurare successi e insuccessi. Credo sia nostro compito aderire e promuovere un’altra concezione del tempo. Dentro e fuori la scuola.
Mondo del lavoro e nuove sfide globali
Meglio affidarsi alle esperienze concrete e condivise, anzichè alle scorciatoie che hanno portato al crack della Lehman.
Valutare la qualità dell’insegnamento
È doveroso interrogarsi su cosa non va, ma non misurando l’attenzione degli studenti con il braccialetto della Microsoft.