ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Scuola: dibattito da riaprire


Qualche tempo fa un gruppo di associazioni che si occupano di scuola ha stilato un documento (‘Fermiamo la deriva della scuola in Ticino’). Poco dopo, Giorgio Ostinelli ha preso posizione con il contributo ‘La scuola nell’era dell’informazione’ (laRegioneTicino, 2 giugno 2009).
Francamente, il primo documento mi sembra parecchio fiacco e poco propositivo (e il termine ‘deriva’ è poco o punto appropriato). D’altronde si capisce: se doveva essere accettato da tutte le associazioni che l’hanno sottoscritto non poteva essere diverso. Quando si intersecano molti insiemi, spesso accade che il risultato è vuoto o con pochi elementi.
Ciò che colpisce è che in nessuna sua parte si legge qualcosa che indichi la consapevolezza e la necessità di mettere criticamente in discussione il ruolo del docente. È chiaro che la diminuzione del numero di allievi per classe, la promozione dell’attrattività della professione di docente e il potenziamento e generalizzazione dei servizi scolastici non farebbero che bene alla scuola: ma tanto basta? Secondo me no e, se leggo bene, nemmeno secondo Ostinelli. La realtà è che ci portiamo sulle spalle un sacco ricolmo di vecchiume, fatto passare pomposamente per ‘sapere’: a voler usare le parole nel loro significato, bisognerebbe aggiungere ‘scolastico’.
È difficile immaginare cose meno affascinanti della ricerca del massimo comun divisore, della conoscenza dettagliata degli affluenti di sponda sinistra del Ticino, della determinazione del complemento di causa efficiente (‘Non confonderlo con quello di agente, neh!’) e di altri simili animali poco domestici che tuttora popolano e si riproducono nella scuola. Perché mai quegli argomenti sono oggetto, da sempre, dell’insegnamento? Credo perché, appunto, lo sono da sempre.
A me pare che, oggi, un insegnante, in quella che si definisce ‘era dell’informazione’ non deve più essere (soltanto) un dispensatore di conoscenze, ma un direttore di ricerca. La sua competenza professionale non dovrà essere misurata in termini di quantità di nozioni snocciolate, ma in termini di quanta informazione-formazione riuscirà a far sì che i suoi allievi facciano propria.

Far ricerca e pensare in proprio
Sulla tanto invocata competenza disciplinare occorre spendere qualche parola. Uno studente che vuole laurearsi segue tre anni di corsi e ottiene il ‘bachelor’; poi, nei due anni successivi, segue la via che lo porta al ‘master’ (la terminologia è quella del cosiddetto ‘modello di Bologna’). Alla fine prepara e discute una tesi: siccome non si può dare il caso di due tesi sullo stesso tema e gli studenti sono moltissimi, per forza l’argomento è estremamente specifico e ristretto. Tanto specifico e ristretto che, agli effetti dell’insegnamento, al quale l’ormai ex-studente vuole dedicarsi, è praticamente ininfluente. Ciò che conta, sempre agli effetti dell’insegnamento, è che il neolaureato ha imparato a svolgere una ricerca e a pensare in proprio.

Per esempio il teorema di Pitagora
Prendiamo in considerazione un classico: il teorema di Pitagora. Fa parte, dai tempi che Berta filava, di ciò che ‘si fa’ a matematica. Pitagora, la cui figura storica si mescola a quella leggendaria, nacque a Samo, un’isola dell’Egeo più vicina alla Turchia che alla Grecia, verso il 575 a.C. e morì a Metaponto, non lontano da Taranto, nella Magna Grecia, verso il 495 a.C. La Magna Grecia è roba che ‘si fa’ a storia. A Pitagora si fanno risalire i primi studi, diciamo scientifici, sui suoni che si ottengono pizzicando una corda tesa o percuotendo una campana: roba che ‘si fa’ a educazione musicale. La dottrina pitagorica, scuola di Crotone, ‘si fa’, anche se di striscio, a filosofia. E si potrebbe continuare: quali furono i motivi che indussero i greci a fondare colonie nell’Italia meridionale? Magari la geografia potrebbe dare una risposta. Eccetera.
La domanda è: quanti allievi hanno avuto la fortuna di vedere il teorema inserito in un contesto storico, musicale, filosofico, geografico oltre che matematico? Si può chiedere a un insegnante di matematica di essere cognito anche nelle discipline elencate sopra? No, ma durante la sua formazione ha imparato a fare ricerca: allora trasmetta questa sua competenza ai propri allievi, applicandola insieme con loro. Quindi: certo che ogni insegnante deve essere competente nella propria disciplina, e più competente è, meglio è, ma la competenza disciplinare non deve essere messa su un altarino. Perché, e giustamente lo fa notare Ostinelli, nella società postmoderna, ‘le connessioni in rete giocano un ruolo fondamentale’.
Insomma, dovremmo scaricare un bel po’ il sacco e metterci altro. Il fatto è che abbiamo elevato la competenza disciplinare, e con essa il titolo accademico, a mito. I risultati non sono entusiasmanti: abbiamo, non solo nella scuola, letterati laureati che non hanno la minima idea della scienza e scienziati laureati che non hanno la minima idea di letteratura.

Ticino: scuola più al passo coi tempi?
Qualcuno anche in Ticino, non solo nei tanto citati Paesi scandinavi, negli Stati Uniti e in Canada, da tempo sta proponendo un modo di operare nella scuola più al passo con i tempi. Purtroppo, il successo delle proposte è scarso. Si possono individuare tante cause: la pressione dei programmi (anche se ribattezzati mappe formative), quella dei colleghi anziani che ne sanno una più del diavolo, quella delle scuole successive, quella dei genitori, quella di direttori, ispettori e esperti, e chi più ne ha più ne metta. Cause che generano paure, che fanno sì che ‘si vada sul sicuro’. Come può un insegnante sopportare tutte quelle pressioni? Semplice: non può. Ecco allora che diventa necessaria una azione comune: bisogna dimostrare che operare bene nella scuola non significa svolgere tutto il programma ad ogni costo; che i colleghi anziani sanno quasi tutto del passato ma non sono necessariamente altrettanto bravi a cogliere le nuove esigenze; che le scuole successive sono sulla stessa barca, e che ce n’è sempre una successiva; che i genitori sono sì eccellenti architetti, cassiere, camionisti, avvocatesse, ma non sono professionisti della scuola; che direttori, esperti e ispettori non sono depositari della verità per grazia di Dio, ma sono persone ragionevoli capaci di discutere le opinioni altrui. A dieci anni molti bambini sono già capaci di navigare in internet, sanno benissimo che cosa è una rete e saltano di link in link con grande disinvoltura. A scuola, invece, trovano un insegnamento di tutt’altro genere: dopo A viene B, e dopo C, poi D. Il pericolo della rete consiste in un affastellamento scoordinato di nozioni sparse: perché non insegnare ad usare la rete con intelligenza, sceverando il grano dal loglio? L’informatica, correttamente intesa, può essere di grande aiuto. Allora entriamo in una scuola e cerchiamola, questa informatica: la troveremo confinata nelle aule apposite. Di conseguenza, per far capo alle infrastrutture informatiche, bisogna prender su sacchi e stracci, uscire tutti quanti dall’aula di classe e recarsi nell’aula speciale. Eppure, già parecchi anni or sono una apposita commissione, allora del Consiglio di Stato, aveva stabilito che le scuole fossero cablate, così che si potessero usare i computer dappertutto. Per quanto mi è dato sapere, e la lettura del numero 293 di ‘Scuola ticinese’ me ne dà la conferma, la decisione non è stata applicata. Nel 2001 l’Associazione per la difesa della scuola pubblica del cantone e dei comuni, una delle sottoscrittrici del documento citato all'inizio, aveva pubblicato un ‘Rapporto 2001 su alcuni problemi della scuola pubblica ticinese - lingue - tecnologie - religione - civica’. Chi fosse interessato potrà leggerlo nel sito http://www.castalia.ch/asp/r-info.htm.
In esso si possono trovare considerazioni tuttora interessanti sull’uso delle moderne tecnologie. Ne trascrivo tre passaggi: ‘La tecnologia ci sta offrendo ora la possibilità di ripensare completamente il concetto di educazione’; ‘E [siamo convinti] che il computer non fagociterà affatto, anzi vivificherà, la scuola basata sull’insegnante’; ‘Riassumendo, l’introduzione dell’informatica nelle scuole dell’obbligo deve avere sempre ben presente questo duplice scopo: da un lato, la liberazione dell’allievo da passaggi obbligati, da criteri discriminatori quali ‘giusto’ e ‘sbagliato’ e dalla necessità di conoscenze tecniche sterili, a profitto della possibilità di esplorare mondi nuovi, di sviluppare fantasia e sensibilità, di aumentare la propria capacità di apprendimento, facendo capo all’intuizione e non solo alla deduzione razionale; dall’altro la possibilità di affrontare e risolvere problemi che, senza informatica, non potevano essere risolti, o magari nemmeno concepiti’. Non è una bella scuola? Che, voglio crederlo, diminuirebbe il numero di allievi disinteressati e la probabilità, per i docenti, di ‘scoppiare’, o come si usa dire, di essere affetti dal burnout.

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