Il titolo di questo contributo è quello scelto dal prof. Francesco Vanetta - direttore dell’Ufficio dell’Insegnamento Medio del Dipartimento dell’Educazione, della Cultura e dello Sport - per il suo articolo su “Scuola Ticinese”, nro. 257, luglio-agosto 2003, dal quale cito: “La nostra società è impegnata in un continuo e repentino processo di trasformazione. Il cambiamento è oramai considerato un fatto endemico … Inutile richiamare che questa situazione richiede una profonda e continua rimessa in discussione anche dei sistemi formativi. Come conferma basta sfogliare qualche testo ufficiale … per rendersi effettivamente conto che il termine più ricorrente … è “riforma”.
In ogni settore le iniziative di riforma si susseguono e addirittura si sovrappongono in uno sforzo incessante teso … [ad] adeguare le strutture per rispondere in modo tempestivo ai nuovi bisogni della società … ”. Segue poi l’invito a “promuovere la discussione pubblica sul profilo della persona, chiamata in futuro ad esercitare la sua opera di docente …”.
Do seguito all’invito, augurandomi di non essere il solo laico a farlo. A me pare che il ragionamento del prof. Vanetta contenga un errore di non sequitur, per usare un’espressione della logica classica: la conseguenza non deriva dalla premessa. Riassumendo all’osso: “La società cambia in fretta, quindi la scuola deve cambiare in fretta”. Prendiamo un/a allievo/a di Scuola Media (SMe), visto che il prof. Vanetta dirige tale settore. Carlo/a, a undici anni, entra nella SMe, poniamo, nel 2003. Supponendo che i tempi di reazione della scuola siano pari a zero, a Carlo/a si offrirà un insegnamento in sintonia con la società contemporanea, cioè quella del 2003. Ma Carlo/a uscirà dalla SMe nel 2007, ed entrerà nel mondo del lavoro tra i quattro e i dieci anni dopo: diciamo, per esemplificare, nel 2012. Lì troverà la società del 2012 che, per ipotesi, sarà “stata impegnata in un continuo e repentino processo di trasformazione”. Dunque Carlo/a vi si troverà “a sbalzo”, visto che la sua formazione è stata in stile 2003-2007. Allora la domanda è: le “iniziative di riforma [che] si susseguono e addirittura si sovrappongono” sono davvero desiderabili? Un po’ di storia recente della Scuola ticinese dovrebbe far pensare: solo trent’anni fa c’erano il Ginnasio e la Scuola Maggiore. Poi è arrivata la Scuola media, che si sarebbe voluta “unica”, cioè uguale per tutti gli allievi. Non è stato così: c’erano, in terza e quarta, le cosiddette “sezioni”, sostituite ben presto dai “livelli” e poi da altro ancora. I programmi d’insegnamento sono stati modificati e aggiornati più e più volte, come le griglie orarie e i sistemi di promozione. I genitori che, negli anni ‘80 e ’90, hanno avuto figli in età di SMe hanno sperimentato la singolare situazione di vedere i propri rampolli vivere la stessa scuola come se fossero scuole diverse. Alla domanda posta sopra io rispondo “Ni”. Non “No”: la società davvero cambia, e sarebbe sciocco avere all’inizio del terzo millennio la scuola della metà del ventesimo secolo. Ma nemmeno “Sì”. A me pare più saggio sedersi attorno a un tavolo un momento (un buon momento) e ragionare con calma. Quella calma che la ridda sabbatica di riforme che si susseguono e si accavallano non ha concesso negli ultimi due decenni. Perché a me pare, socraticamente, che, in tutto il cambiamento, qualcosa di fondamentale sia pur rimasto. Sosteneva Socrate: “Tu dici che quel cane è bianco e io dico che è nero. Siamo in disaccordo? Apparentemente sì, ma in realtà siamo d’accordo sul fatto che è un cane”. Penso dunque che, al di là del “bianco” e del “nero”, cioè dell’apparente, del mutevole, dobbiamo discutere del “cane”, cioè della sostanza, perché la nostra società, pure in rapido cambiamento, ci è riconoscibile, e diversa, per quanto ne so, dalle civiltà Inca o Assiro-babilonese. Fuori di metafora: attorno a quel tavolo si dovrebbe dibattere su che cosa (quali “saperi”, come dicono coloro che seggono colà dove si puote) valga la pena che i nostri giovani apprendano e assimilino, per far sì che, anche in un futuro diverso dal presente, possano vivere degnamente. Dibattere con calma, senza lasciarsi prendere da fregole e innamoramenti estemporanei, i cui esempi sono innumerevoli, l’ultimo dei quali è il perseguimento di un pluringuismo sfrenato. Attorno a quel tavolo dovrebbero però prendere posto a pieno titolo anche i “non specialisti”: agli “specialisti” (magari a migliaia, o decine di migliaia, di franchi al botto) si dovrebbe dire “grazie di esistere, ma, per favore, non crediate di essere i depositari della verità”. Ma, forse, il sederci attorno a quel tavolo ci verrà imposto fra qualche settimana, quando i Cinque Saggi ci diranno finalmente dove vorranno risparmiare un qualche mezzo miliardo di franchetti. Che non tutto il male venga per nuocere?