ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


L'informatica nella scuola dopo il 18 febbraio


La campagna in occasione della votazione sul sussidiamento alle famiglie che iscrivono i loro figli alle scuole private ha dimostrato almeno una cosa: il Canton Ticino ha a disposizione dieci milioni di franchi per la Scuola. Dieci milioni nuovi, oltre quelli che già investe (anche se, malauguratamente si usa dire “spende”). E questa è una. L’altra è la notizia, recente, dello stanziamento da parte del Consiglio di Stato di dieci milioni di franchi per l’acquisto di hardware e software per l’informatica nelle scuole. Le due notizie, insieme, mi inducono a qualche considerazione.
Fino a qualche anno fa si calcolava che, per ogni franco speso per l’acquisto di hardware e software, occorresse spenderne quattro per la formazione degli utenti. Penso che oggi il tasso di cambio sia cresciuto: forse cinque, sei o più franchi per la formazione contro un franco per il materiale. Di questo, disgraziatamente, nella notizia così come è apparsa, non si parla. Ed è un male. La formazione è non solo importante: è assolutamente indispensabile. Ma sul termine “formazione” ci si deve intendere. È da supporsi che nella Scuola operino persone, i docenti, in grado di imparare da soli a scrivere una lettera con un elaboratore di testi o a preparare una tabella con un foglio di calcolo. Anche la navigazione in Internet e l’uso della posta elettronica richiedono competenze che anche un’ameba, purché inserita in un ambiente favorevole, dovrebbe possedere. Quindi, diamo per scontata l’acquisizione delle competenze “tecniche”. Il vero problema non è il “come”, ma il “cosa” fare delle tecnologie informatiche. E qui, per quanto mi suggerisce la mia esperienza, siamo (abbastanza) in alto mare. Prendiamo, ad esempio, Internet. Non è un esempio scelto a caso: sospetto, infatti, che è la sua diffusione che induce a pensare che si debba insegnare l’inglese, se possibile, fin dall’asilo.
Navigare in Internet è facilissimo.
Ma, adesso che sappiamo “come” navigarci, che “cosa” ce ne facciamo? Farvi trovare dagli allievi l’enunciato del teorema di Pitagora non è sostanzialmente diverso dallo scriverlo alla lavagna. Tutti ci dicono che il mondo cambia ad una velocità enorme ed enormemente crescente, con la conseguenza che le conoscenze che acquisiamo oggi hanno ben poche speranze di servirci ad alcunché fra qualche anno. Una cosa, però, ci servirà sempre: saper cercare le conoscenze utili; meglio, saperle trovare; meglio ancora, sapere quali conoscenze acquisire. Perché questo ci differenzia dalle macchine, sempre più efficienti, veloci, performanti, amichevoli, che ci circondano e ci pervadono: la capacità, tipicamente umana, di saper scegliere (un filosofo all’antica direbbe saper distinguere il bene dal male). Come ritrovare l’umanesimo perduto; come rimettere l’uomo al centro dell’universo.
Ecco: riflettere su questi problemi è il compito della “formazione” cui penso.
Spedire un messaggio e-mail è facilissimo.
Ma, adesso che sappiamo “come” si invia e si riceve un messaggio di posta elettronica, che “cosa” ce ne facciamo”? Mandare un e-mail ai ragazzi di una scuola di Calcutta non è sostanzialmente diverso che spedire loro una normale lettera (a parte la velocità). Hai mai pensato però che quando scrivi a qualcuno a Calcutta (di cui conosci solo l’indirizzo e-mail), chi ti legge è un indiano? Scuro di pelle, induista, che vede tutti i giorni mucche tra le bancarelle, convinto di essere alla ennesima reincarnazione? Questo non ti fa pensare che il mondo è più piccolo di quanto credessi? Puoi ancora credere di poter chiudere le porte e lasciar fuori tutti coloro che non ti sono zii o cugini?
Ecco: rispondere a queste domande è il compito della “formazione” cui penso.
Certo, fin che nostra preoccupazione principale, per non dire unica, sarà essere efficienti, competitivi, aggressivi, vincenti, riflettere su quei problemi e rispondere a quelle domande sarà considerato perdita di tempo. Se nella Scuola, per restringere il campo alle mie competenze, la preoccupazione principale continuerà ad essere svolgere il programma, non ci si muoverà mai nella direzione che io auspico. La colpa non sarà dei docenti (o del loro presunto corporativismo), ma di chi, per i compiti che è tenuto a svolgere, non li avrà indotti o, almeno, incoraggiati ad incamminarsi sulla giusta strada.
Ci sono cose (A) che sanno fare sia le macchine sia noi; ce ne sono altre (B) che noi sappiamo fare e loro no; non ce ne sono, invece, che loro sanno fare e noi no. Su questi punti si giocherà il nostro futuro, su questi punti dovrà vertere la formazione cui penso. Perché una cosa è chiara: competere con le macchine sulle cose (A) vuol dire o perdere o diventare macchine, cioè, di nuovo, perdere.
Adesso sappiamo che i soldi ci sono. Non ci resta che spenderli bene: scommetterli sul cavallo vincente (B).

 

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