ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Si aumentino gli stipendi



Riaprono le scuole? Parliamo dei docenti che insieme agli allievi la fanno, la scuola. Quella degli insegnanti, si dice volentieri, è una casta di fortunelli. Hanno tre mesi di vacanza d’estate, da spaparanzarsi al sole. E settimane di libertà durante il resto dell’anno. La loro giornata è molto più corta di quella dei comuni mortali. Attaccano dopo le otto e alle quattro hanno finito. Lavorano il primo anno. Poi vivono di fotocopie e di zuppe riscaldate. In questo modo vivacchiano di rendita fino alla pensione, che arriva prima di quella di altri. Tengono il culo al caldo. Hanno la bistecca garantita, le ferie pagate, il presente spensierato e il futuro garantito. Hanno… Altolà! Quello appena sentito, caro lettore, è soltanto un discorso asinino. Perché i docenti, nella realtà dei fatti, non sono quelli di cui si è parlato fin qui. Non sono eternamente in vacanza, non lavorano sei ore al giorno, non se la godono in panciolle con i piedi e tutto il resto al calduccio. Ma vivono, lavorando (e sodo, se sono gente perbene), e spesso vengono schiacciati da una società oramai sempre più egoista e incapace di prendere in mano le proprie responsabilità. Il pargolo è viziato? Lo raddrizzi la scuola. La figlia fa i capricci? Glieli tolga la scuola. I rampolli crescono privi di valori? Glieli infondano gli insegnanti. Ci sono problemi da risolvere? Provvedano i docenti, perbacco! Non sono pagati proprio per questo? Mamma e papà non hanno tempo (variante: non hanno le forze o se ne fregano) per fare il mestiere dei genitori! Ed ecco che i docenti, invece di insegnare, cioè di fare quello per cui si sono formati e per cui noi tutti li paghiamo, devono badare ai mocciosi, soffiargli il naso, allacciargli le stringhe, imboccarli se hanno fame, prenderli per le orecchie se sgarrano. Devono trasmettere i primi rudimenti dell’educazione a chi non di rado arriva privo di educazione. E gestire situazioni problematiche. E tenere a bada esperienze di vita disastrate. Oltre che convivere con lingue e mentalità e culture e religioni differenti. E passare il tempo, nel doposcuola, a incontrare i genitori (se sono separati, in tempi separati), a fare riunioni, a seguire corsi di aggiornamento, a fare i conti, più che con gli allievi, con mamme e papà che pensano troppe volte di saperla più lunga di loro in fatto di didattica e di apprendimento, di teorie cognitive e di sistemi educativi. Non si vuol certo dire che non ci siano mestieri non meno duri e complicati. Il fatto è che i docenti sono i preti laici del nuovo Millennio. Chiediamo loro di spendere più tempo libero per aggiornarsi. Ma rispettiamoli, finalmente, per l’importante funzione sociale ed educativa che sono chiamati ad assumere. E soprattutto paghiamoli di più. Diamogli degli stipendi adeguati, che riconoscano il valore del loro ruolo. In modo da motivarli a restare al loro posto. E a lavorare con passione, non con rassegnazione. Risparmiare nella scuola non solo è indice di una visione piccina. È da sciagurati.

Gli insegnanti non sono eternamente in vacanza.Vivono lavorando (e sodo, se sono gente perbene)

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