ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Anche l'operaio vuole il figlio dottore


La mia esperienza come sindacalista studentesco mi ha permesso di costata­re il ritorno con pre­potenza del proble­ma della selezione nella scuola. Una se­lezione basata sul­l'origine sociale degli allievi, che mette in discussione tutte le belle parole su diritto allo studio e uguaglianza di possibilità. Ri­cordo bene come, ad esempio, nel 2003, il ministro dell'educazione del Canton Zuri­go si lamentasse del fatto che le università fossero diventate «di massa» e per questo perorava la causa (palesemente classista) non solo dei tagli alle borse di studio, ma anche del raddoppio delle rette d'iscrizio­ne (intenti frenati parzialmente anche gra­zie allo sciopero e all'occupazione studen­tesca dell'ateneo). Dopo che nel 1958 una riforma volta all'organizzazione di una scuola media unica era stata bocciata in sede parlamentare perché troppo costosa (!), a metà degli anni '70 anche il Ticino poté contare su una struttura che avesse per obiettivo quello di «assicurare, soprat­tutto ai ceti meno privilegiati, una forma­zione culturale più ampia e un corredo di conoscenze più ricco di quello dato alla scuola maggiore; (...) posticipare le scelte d'orientamento a un'età più avanzata; (…) in funzione delle reali attitudini, senza di­scriminazioni d'origine sociale o ambien­tale» (dal messaggio del Consiglio di Sta­to del 2.7.1985 concernente la modifica­zione della Legge sulla scuola media del 21.10.1974). Storicamente, però, lo svilup­po della scuola media non ha mai visto una fase realmente unitaria: benché si fos­se superata la divisione Ginnasio/Scuola Maggiore, la nuova scuola media unica non era poi tanto unica: essa era divisa in due sezioni A e B. Inutile dire che la sezio­ne B era sinonimo di avviamento profes­sionale mentre la sezione A si configurava «come scuola per allievi di capacità scola­stiche medie e superiori». Da notare come il governo definisse la «sezione» proprio come fosse una «scuola» a sé! Col passare del tempo si preferì sostituire le sezioni con un nuovo sistema a livelli, in quanto «sul piano dell'affettività e della socializzazio­ne è più difficile rendersi conto degli effet­ti della nuova struttura unificata. Sta di fatto che gli allievi possono trascorrere que­sto fondamentale periodo, in cui passano dallo stato di bambino allo stato di adole­scente, tutti insieme, con possibilità di scambi e di stimolazioni reciproche. Le se­zioni A e B costituiscono una limitazione di questo principio (...)». La nuova orga­nizzazione a livelli, essendo limitata a tre (poi due) materie sarebbe stata vissuta «in modo meno negativo (…) permettendo una ripartizione più equilibrata (anche se contemporaneamente più selettiva) de­gli allievi tra i diversi curricoli». Ma se cam­bia la forma non muta la sostanza: non si era di fronte a corsi differenziali (cui al­ludeva don Lorenzo Milani) in cui i più «deboli» potessero essere seguiti meglio grazie a classi con un numero di allievi in­feriore e un rapporto pedagogico più di­retto, ma che - dato fondamentale - por­tassero comunque ad un risultato finale comune. Si era al contrario di fronte ad un'ulteriore discriminazione sociale, tan­t'è vero che in uno studio longitudinale di Mario Donati (1999) si riconosce come la frequenza dei livelli rappresenti una ulte­riore zona «in cui si alimentano differen­ziazioni fra allievi di nazionalità diversa e/o di origine sociale pure diversa». Di con­seguenza si incanalano 12.-14.enni verso studi superiori o verso apprendistati non in base ad un presunto «merito», ma la­sciando che le condizioni socioeconomi­che familiari costituiscano forti fattori di influenza. A riconoscerlo è pure l'Orga­nizzazione Mondiale del Commercio (non proprio una fonte comunista!): «Le diffe­renti prestazioni scolastiche fra gli allievi sono determinate dalle loro diverse origi­ni sociali». Insomma: una scuola che al posto di fungere da mezzo di emancipa­zione sociale, si consolida come strumen­to di riproduzione della stratificazione di classe della società. Benissimo hanno fat­to quindi i Verdi a proporre di abolire i li­velli alle scuole medie, riprendendo e raf­forzando così la rivendicazione del 2003 del Sindacato Indipendente degli Studen­ti e Apprendisti (SISA). Per il Partito Co­munista si tratta di una proposta di civil­tà, di giustizia sociale e che permette una riflessione per una nuova pedagogia cri­tica.

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