In un recente intervento sul CdT in tema di finanziamento pubblico alle scuole private, il deputato Tullio Righinetti ci invita tutti ad evitare atteggiamenti ed argomentazioni di carattere «ideologico». E’ un invito certamente condivisibile e opportuno, ma che, per essere credibile, andrebbe prima di tutto accolto da chi lo formula.
Appare infatti fondamentalmente «ideologica» l'impostazione che sta alla base della scelta di Righinetti a sostegno del progetto in votazione il prossimo 18 febbraio: un’applicazione diretta e acritica alla realtà della scuola, della logica e della terminologia propria all'economia di mercato. Ecco allora che si (s)parla di «monopolio dello Stato» e si vantano (genericamente) i meriti della «sana e stimolante concorrenza», senza preoccuparsi minimamente del fatto che la scuola non è una fabbrica di scarpe e che l'istruzione (termine già di per sé riduttivo per definire i compiti e le funzioni dell'istituzione scolastica) non è un elettrodomestico.
A parte l'aspetto paradossale del basare su argomentazioni di questa natura il finanziamento pubblico a strutture private (ma ormai la coerenza è generalmente ritenuta un'inutile intralcio al «pragmatismo» imperante), mi pare significativo il fatto che finora nessuno abbia voluto approfondire la questione. Andando, fosse anche solo un pochino, al di là di qualche facile slogan «antistatalista» e di improbabili confronti sul «costo medio per allievo» (?) nelle scuole pubbliche ed in quelle private.
Ma che senso ha parlare di «monopolio dello Stato» in tema di «istruzione»? Cosa si intende per «libera concorrenza» in questo contesto? Grazie a quali meccanismi concreti essa dovrebbe portare ad, un «miglioramento della scuola»? Di che genere di «miglioramento» si parla? Come vogliamo definire in questo ambito la «qualità» del «prodotto»? A chi spetta il compito di valutarla? Ai «clienti»? Con quali strumenti e su quali basi lo dovrebbero e potrebbero fare?
Credo siano questioni importanti che non è possibile eludere con superficiali e fuorvianti parallelismi. Anche perché non mi pare poi così scontato che la «concorrenza» ed i meccanismi del «mercato» abbiano sempre portato, ovunque ed inevitabilmente, ad un miglioramento del «prodotto». L'esempio degli effetti del «libero mercato» sull'evoluzione dei pro televisivi (un ambito certamente più «vicino» a quello della scuola che non quello dei surgelati o delle automobili) non suggerisce almeno qualche piccolo dubbio in proposito?
Questioni sulle quali sarebbe interessante sentire l'opinione di Righinetti, magari una volta che avrà esaurito le sue «ideologiche» (e un po' ridicole) dissertazioni sul «ventennio di dominio della sinistra nella scuola». Perché altrimenti può anche sorgere il dubbio che, in perfetta coerenza (una volta tanto) con l'applicazione della logica del «mercato» alla realtà scolastica, qualcuno miri in sostanza solo a ridurre i costi della scuola pubblica. Magari attraverso un allineamento dei salari dei docenti sui valori di quelli pagati dalle scuole private: un bel taglio lineare del 20-30% e anche più, con buona pace dei buoni propositi di circostanza sugli «stimoli per un effettivo miglioramento della scuola pubblica».
E a quest'ultimo proposito mi permetto di ritenere che da parte di una persona che da molti anni occupa, per scelta, cariche importanti in ambito politico, sia lecito aspettarsi una maggior assunzione di responsabilità. Magari attraverso la formulazione di analisi serie e documentate, di critiche costruttive e di proposte concrete per «migliorare» (laddove lo si ritiene necessario) la scuola pubblica (che in questi ultimi anni, fatta eccezione per le strutture universitarie, ha invece interessato il mondo politico solo quando si trattava di operare tagli finanziari e nel personale). Sarebbe certamente più utile (ancorché più impegnativo) del lasciarsi tentare dalla facile scappatoia dei presunti effetti taumaturgici della «libera concorrenza».
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