ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Quell'indispensabile diversità della scuola


Da tempo insistiamo talmen­te sulla necessità che la scuola si apra al mondo esterno da finire per non chiederci quasi più che cosa il mondo esterno deve aspettarsi a sua volta da essa. Fin quasi ad accreditare la con­vinzione che l'istituzione scolastica debba vivere soltanto di apporti ester­ni e non abbia più nulla di proprio da offrire in cambio. Come se non fosse dotata di risorse autonome e di quella irriducibile diversità, senza la quale risulterebbe superflua. In particolare, una diffusa opinione vorrebbe che l'at­tività della scuola fosse interamente modellata su quella del tutto utilitari­stica del mondo produttivo. Quando invece la scuola è tale proprio perché la sua produttività ha un carattere sui generis, cioè prevalentemente disinte­ressato, non utilitaristico (che non si­gnifica meno efficiente). Si pensi alla cultura di tradizione umanistica e al sapere astratto o teorico. «La scuola - ha scritto lo storico della letteratura Giulio Ferroni - si pone come luogo separato, sospensione del tempo nor­male e creazione di un tempo partico­lare che non coincide con quello del lavoro e della lotta quotidiana per l'e­sistenza… L'attività della scuola si de­finisce così al di fuori di una mera funzionalità, come esercizio di libertà dai vincoli esterni, coltivazione di un tempo interno». Condizioni tutte, que­ste summenzionate da Ferroni, senza le quali la scuola non potrebbe assol­vere adeguatamente al suo ruolo spe­cifico. Ruolo caratterizzato, appunto, da quella produttività di tipo diverso che concerne vari campi di studio, a partire proprio dalla cultura di tradi­zione umanistica e il sapere astratto o teorico. Umanistica è la cultura che apparentemente, ma solo apparente­mente, non serve: la letteratura, per esempio, la poesia, l'arte. Non serve, certo, a scopi immediati, a un uso sol­tanto strumentale; ma riesce a lungo termine molto utile alla formazione della personalità individuale nel suo complesso. E concorre in modo deter­minante a renderci consapevoli della nostra identità culturale. Identità che è dovere primario proprio del sistema scolastico preservare e tramandare, tanto più che oggi essa è minacciata da quel multiculturalismo che ci fa anteporre le altre culture alla nostra e alimentare il rispetto verso di esse con il disprezzo o, quanto meno, l'ignoran­za sempre e solo della nostra. È la scuola ancora il luogo deputato a ela­borare il sapere astratto o teorico e ad arginare la tendenza volta a ridurre il sapere a sapere utile o pratico, a saper fare. Il pedagogista Giorgio Israel scri­ve a questo proposito: «Si sentono spesso sconcertanti sentenze circa l'i­nutilità della scienza teorica e la ne­cessità di ancorare le università alle aziende e al tessuto produttivo del ter­ritorio. Tutto ciò può essere produttivo entro certi limiti, ma fa ridere il pen­siero che (per esempio) l'Università di Harvard sia di qualità perché è con­nessa al tessuto produttivo circostante e non perché è una grande istituzione scientifico-culturale internazionale». Anche se bisogna ammettere che è sta­to un grave errore nei confronti del mondo del lavoro l'aver sottovalutato fino alla denigrazione la scuola profes­sionale in nome di un malinteso o ideologico diritto allo studio. Si ripete sempre più che una percentuale molto rilevante di giovani non riesce a rima­ner concentrata per più di una decina di minuti. Ma la concentrazione diffi­cilmente può essere conseguita senza l'adozione di quel «tempo interno» che una volta la scuola era in grado di garantire. E ciò vale per l'intero pro­cesso educativo, al quale non per nulla collaborano tanto efficacemente sia la cultura umanistica che il sapere di ti­po astratto. Quando si sprona la scuo­la ad aprirsi al mondo esterno oggi si intende, in particolare, sottolineare che essa deve farsi sensibile nei con­fronti dell'evoluzione tecnologica e sa­perne accogliere tempestivamente le innovazioni, riguardanti soprattutto i mezzi di comunicazione (computer, internet). Ma i «nuovisti» a oltranza sono talmente accecati dalle potenzia­lità di tale innovazione tecnologica da ritenere che questa ben presto sop­pianterà la scuola rendendola inutile. Sennonché dell'istituzione scolastica continueremo a non poter fare a meno perché l'innovazione non basta, come chiarisce molto bene la scrittrice e do­cente Paola Mastrocola, che qui inten­do parafrasare. Non basta cercare, trovare, scaricare mediante gli stru­menti digitali (computer con tutte le sue funzioni). I quali sono in grado di metterci a disposizione non altro che una quantità sterminata e perciò in­determinata di sapere «preconfeziona­to». E tocca a noi individuare cosa se­lezionare per i nostri scopi in tale sconfinato predisposto tecnologico. Chi ci insegnerà l'attitudine a una ap­propriata selezione? Non è forse com­pito della scuola? Occorre saper orga­nizzare i ritrovati in discorso. Anche qui, chi se non la scuola può insegnare a collegare logicamente gli elementi che nel predisposto sono scollegati? In­fine, non tutto può correggere il corret­tore che al più si limita agli errori or­tografici, ma è già impotente davanti a quelli grammaticali e sintattici. E dove se non a scuola si potrà appren­dere in modo adeguato la grammatica e la sintassi?

 

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