ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Evviva, si torna a scuola felici e contenti



Come sarà la ripresa scolastica, alla luce del voto popolare del 16 maggio che aveva sconfessato i docenti ticinesi? Si ricorderà che il popolo da una parte ha seccamente bocciato l’impostazione della politica finanziaria sia del governo federale ( Avs, Iva e pacchetto fiscale) sia di quello cantonale ( tagli nel sociale, specie per l’assicurazione malattia), mentre ha invece aderito alla proposta di quest’ultimo di caricare di un’ora di lezione settimanale in più i docenti, quale misura di risparmio. Il voto sull’argomento era stato preceduto da una accesa campagna.
La classe insegnante, pur impegnandosi parecchio, non era riuscita a persuadere l’elettorato delle ragioni per le quali si opponeva. A prevalere fu così il più scontato dei luoghi comuni ( questa almeno l’impressione diffusa) secondo cui i maestri sono tutti lazzaroni, lavorano solo 23 ore e mezzo per settimana, hanno tre mesi di vacanza ed è una vergogna che si rifiutino di fare un piccolissimo sforzo per contribuire a risanare i conti dello Stato.
La classe magistrale è rimasta avvilita dall’ingiusto giudizio popolare. In realtà – protestano i docenti – sono anni che i “ piccoli sforzi” si accumulano a goccia a goccia senza mai essere riconosciuti. Con quali sentimenti essi si apprestano ora ad iniziare il nuovo anno scolastico? I contatti mantenuti con molti di loro, specialmente di scuola media ( ma ritengo che la situazione non sia molto diversa negli altri ordini di scuola), mi dicono che il disagio persiste, anzi si acuisce. ‘ Fortunati voi che siete in pensione – è lo sfogo corrente – ; aspetto solo il momento di andarmene anch’io’. Ma come si fa a invidiare qualcuno che è di una o due generazioni più vecchio? E con che spirito si affronta la prospettiva di lunghi anni ancora d’impegno lavorativo, se già si son calate le braccia? Non meraviglia che nella categoria sia così alto il tasso di depressioni! I più sfiduciati li trovo fra i cinquantenni, la generazione che è stata protagonista e artefice di quella che è l’autentica rivoluzione ( nel bene e nel male) della scuola ticinese nel secondo ’ 900: la scuola media appunto.
Protagonisti? Artefici? In realtà è proprio qui che la ferita brucia. L’evoluzione della scuola ticinese negli ultimi decenni ha portato la classe insegnante a sentirsi sempre più estraniata, sempre più rotella della burocrazia piuttosto che protagonista di un processo educativo. L’impressione diffusamente risentita è che la scuola ticinese si concentri ormai su un solo obiettivo: che la grande macchina scolastica funzioni senza intoppi, soprattutto che non si creino grane. D’altra parte ci si lamenta di direttive didattiche calate dall’alto e imposte senza che gli attori ne siano persuasi: ricordi di non gloriosi esperimenti passati come il francese secondo il “ metodo Cuttat”, la famosa “ matematica moderna”, i metodi di tedesco “ made in Ticino” e altre disavventure.
Se poi i docenti si arrabbiano quando si parla loro di 23 ore settimanali, è perché sanno benissimo che si tratta di un colpo basso, specialmente quando proviene dall’autorità. E non solo perché l’affermazione non tiene conto delle lunghe ore di correzione, di preparazione e di quant’altri impegni di aggiornamento necessari per fare correttamente il loro lavoro; ma perché la burocrazia ha aggiunto ore e ore di presenza, compiti accessori spesso farraginosi che a volte sono risentiti come vere e proprie ‘ chicanes’.
Forse che i consigli di classe, i plenum, le riunioni che si moltiplicano e si complicano all’inverosimile e persino le uscite scolastiche e le iniziative d’istituto non sono lavoro? Forse che i colloqui privati con i genitori di allievi problematici non contano? Forse che sono semplici scampagnate le riunioni serali interminabili con le famiglie ( vi sono docenti che hanno 12 o più classi, 200 e più allievi magari sparsi in due o tre sedi lontane fra loro, dunque consigli di classe e riunioni in conseguenza)? Certo, i contatti fanno parte delle incombenze di un insegnante, e sono importanti. Sono finiti i tempi in cui il maestro era autorità inavvicinabile e insindacabile: oggi le famiglie vanno considerate parte dell’ordinamento scolastico, e giustamente rivendicano il loro ruolo.
Il fatto è che tale progresso istituzionale ( che però viene correttamente esercitato solo da una parte dei genitori, quelli più consapevoli) si accompagna invece a una netta e sempre più generale dimissione delle famiglie sul piano educativo. Troppi genitori non sanno più formare i figli, e questo per le più svariate ragioni: dal generale disimpegno dei tempi all’impreparazione delle coppie, dallo smembramento di tante famiglie alle difficoltà di adattamento di molti immigrati...
Le relative tensioni sociali si riversano sulla scuola, dalla quale ci si aspetta che sopperisca agli squilibri formativi di questa gioventù alla quale non sono stati inculcati i valori indispensabili per il successo di ogni processo educativo. Le conseguenze le sopportano in concreto gli insegnanti.
Ebbene, che cosa chiedono, in queste condizioni, gli insegnanti? Chiedono di poter affrontare questa situazione applicando principi di fermezza, se del caso a tolleranza zero. Chiedono di essere giustamente considerati per questi compiti e per queste accresciute difficoltà. Chiedono di essere sostenuti, chiedono soprattutto di essere difesi dalla gerarchia e dal dipartimento e non invece abbandonati nelle inevitabili tensioni che si creano quando il loro intervento educativo viene male accettato dai giovani e dalle loro famiglie. Perché più queste ultime si scaricano delle loro responsabilità, più pretendono. Pretendono la riuscita comunque dei figli, indipendentemente dai meriti e dall’impegno, e se questo non avviene ne incolpano i docenti. Una censura, una bocciatura vengono accolte con un ricorso, e guai se l’insegnante non può documentare nero su bianco la fondatezza del suo giudizio: la gerarchia scolastica, applicando una legislazione di anno in anno più cavillosa, gli darà torto.
Peggio ancora se il docente osa intervenire nel campo dei comportamenti. Mi si racconta di situazioni preoccupanti. Il docente che rimproverava un allievo per un caso grave come il furto di una bicicletta s’è sentito rispondere: ‘ Ma a lei cosa gliene frega?’. Autentica. Come è andata a finire? Niente. La segnalazione del docente non ha sortito effetto. Messa a tacere. Non si vogliono grane. Tolleranza zero dunque negli interventi educativi che suppliscano le dimissioni della famiglia? Eventualmente c’è la reazione indignata dei genitori: ‘ Come si osa trattare mio figlio da ladro?’. L’autorità invece – dicono i docenti – è impermeabile, queste cose non le vuole nemmeno vedere.
Insomma i lettori avranno capito: il docente non si sente appoggiato, tantomeno protetto, ma lasciato allo sbaraglio. E allora perché dovrebbe fare il martire? Se reagisce alla proposta di un’ora in più ricordando tutte le altre piccole ore e le piccole incombenze che già pratica ogni giorno – per non dire delle piccole umiliazioni – e poi arriva il responso della comunità a dargli dell’infingardo, si può intuire perché non comincerà questo prossimo anno scolastico con l’entusiasmo e la disponibilità che l’autorità e il paese, un po’ ipocritamente, gli augurerebbero di avere.

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