ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Studiare ciò che rende?


Recenti dichiarazioni del ministro dell’Economia, Johann Schneider-Ammann, secondo il quale la disoccupazione in vari cantoni latini è la conseguenza di un numero troppo alto di studenti che ottengono la maturità, hanno riattizzato la polemica sulla politica della formazione, sollevando un vivo dibattito. Al di là del loro carattere discutibile, le esternazioni ministeriali rendono evidente come, di fatto, il signi?cato della formazione sia cambiato: essa è più che mai ostaggio di considerazioni economiche.
L’evoluzione, come sempre, è venuta a tappe, in modo strisciante.
Prima la riforma di Bologna, che ha imposto principi di conduzione aziendale nelle università; poi – senza un vero dibattito pubblico – il fatale passaggio della responsabilità per l’istruzione dal Dipartimento dell’interno a quello dell’economia. E oggi ci troviamo confrontati con rivendicazioni sempre più aperte volte a mettere la formazione al servizio della produzione.
Il cambiamento è indubbiamente rilevante: fino a non molti anni fa l’aumento del livello di formazione e l’accesso agli studi erano visti principalmente come strumenti di progresso e di crescita sociale e anche economica – oltre che come arricchimento personale; oggi, al contrario, vi si vede soprattutto un problema di costi, da controllare e gestire con strumenti economici – aziendali.
Le dichiarazioni di Schneider-Ammann non sono, in questo senso, isolate. In una recente intervista del domenicale ‘SonntagsZeitung’, Christian Amsler (Plr), presidente designato della Conferenza dei direttori cantonali dell’educazione, spiega le prospettive della futura politica formativa: una posizione sintomatica del nuovo clima nel settore.
Amsler comincia col chiedersi se possiamo ancora permetterci studi universitari «non redditizi» («unrentable Studiengänge»). Il consigliere di Stato sciaffusano, che non ha ancora assunto la sua funzione a livello federale, resta diplomatico, ma la sua posizione personale risulta chiara: no, non possiamo permettercelo.
Eh sì, poiché ci sono materie destinate a produrre soprattutto disoccupati, Amsel parla apertamente della sociologia e dell’etnologia, unitamente a «certe specializzazioni in economia» bancaria: bisognerà quindi eventualmente pensare a restrizioni in tali settori? L’ipotesi non è più così inverosimile. In sottofondo, Amsler evoca già le necessità di risparmio dei cantoni e anticipa i futuri “inevitabili” ulteriori tagli alla formazione.
Se questo è il programma per la politica formativa, non abbiamo di che rallegrarci: è una visione senza fantasia, paralizzata di fronte alle ristrettezze finanziarie, che vengono come al solito presentate come un destino ineluttabile, invece che come conseguenza di precise scelte politiche e fiscali.
Negli ultimi anni la formazione è diventata sempre di più un oggetto delle dispute politiche: già da tempo i circoli economici, come l’Unione dell’artigianato, fanno pressione per ridurre lo spazio di materie ritenute non importanti, come la storia e le scienze umane, per favorire quelle più “utili” e “redditizie” a breve termine. Se tale atteggiamento diventa politica ufficiale, è la formazione stessa ad essere in pericolo.
Non è una questione secondaria: in passato le élite politiche svizzere erano coscienti del fatto che la formazione, il sapere, sono sempre stati le principali risorse economiche del Paese. Se cominciamo a voler amministrare tale capitale con la mentalità del contabile, si finisce rapidamente per sabotare le basi stesse della formazione e del sapere.
Mi sembra che di fatto stiamo già vivendo alcune conseguenze negative dell’“economicizzazione” degli studi. Come accennato, la riforma di Bologna ha cercato, in modo a volte maldestro, di applicare una logica economica agli studi, facendone una specie di caccia al tesoro, o meglio al “credito”: ad ogni insegnamento un tal numero di punti, o “credits”, sommando i quali si accumula un capitale con cui si compra il diploma. L’effetto principale è quello di favorire una mentalità utilitaristica, per cui ogni insegnamento che non sia immediatamente remunerativo a livello di crediti di studio non è in pratica più proponibile.
Ma se non bisogna fare che quello che è redditizio, perché rompersi la testa su problemi di cui oggi non vediamo l’utilità, ma che forse saranno cruciali domani? L’innovazione tecnologica ed economica ha sempre vissuto di scoperte in gran parte impreviste, non preventivate.
Sottomettendo la formazione agli imperativi economici si finisce così per restringere l’orizzonte formativo, per uccidere quindi lo spirito della formazione: la curiosità, l’apertura, l’interesse personale… Sabotando infine le motivazioni individuali all’acquisizione di sapere e cultura: finendo poi per ridurne indirettamente anche l’utilità economica e sociale.
Mi sembra il tipo di mentalità ottusa e a corto raggio che ha prodotto la crisi finanziaria, che stiamo ancora vivendo, e che produce la mancanza di competenze strategiche nell’affrontare gli enormi problemi economici e sociali a cui siamo confrontati. Sono in buona parte proprio tecnocrati e manager sempre più specializzati nel reddito a breve termine, ma senza senso di responsabilità per il futuro, che hanno provocato la crisi e ne prolungano le conseguenze. Forse, per uscire dalle difficoltà attuali, avremmo bisogno di un paio di tecnocrati in meno e di qualche sociologo in più. E chissà se alla formazione dei nostri dirigenti politici non gioverebbe qualche nozione in materie “poco redditizie”?
Prima di lamentarsi che le persone studino troppo, bisogna ricordare che di fatto continuiamo ad importare ogni anno migliaia di medici, tecnici, quadri altamente qualificati dall’estero, perché non vengono sufficientemente formati in Svizzera.
Naturalmente esistono squilibri settoriali; ma ci si può ad esempio chiedere perché abbiamo bisogno di migliaia di medici stranieri, mentre per gli studi in medicina sussiste il numerus clausus e nelle regioni rurali mancano centinaia di medici generalisti.
Certo, anche i più grandi idealisti non possono ignorare i dati economici. È pure legittimo che i licei, le università e le scuole superiori diventino più esigenti, se i criteri di selezione sono corretti e non socialmente discriminanti. Ma prima di lamentarsi del numero elevato di studenti, sarebbe necessario fare i compiti in casa. Per mantenere a lungo termine una Svizzera economicamente e politicamente competitiva, è necessaria una politica della formazione generosa e lungimirante, e non fatta nello spirito dei tagli alle imposte e del risparmio sul preventivo del prossimo anno.

 

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