Comincio con una citazione: “[…] e inoltre mi fermo spesso a trattare con loro, come con persone del mestiere, di qualche nuovo lavoro; così posso vedere quale e quanta è la capacità che dimostrano, e insieme ho potuto constatare che si mettono con molto più entusiasmo a quei lavori dei quali si è discusso con loro e che forse pensano fatti proprio dietro i loro consigli. […]”.
È un consiglio di un “ datore di lavoro” ( dirò poi di chi si tratta) per migliorare il rendimento dell’azienda.
Non è certo ispirato a simili considerazioni l’atteggiamento che negli ultimi dieci anni il Dipartimento della pubblica educazione – nelle sue trasformazioni, prima in DIC poi in DECS – ha sviluppato nei confronti dei docenti.
Riforme e riformette nella SM e nei licei imposte in fretta, consultazioni apparenti, condizioni di assunzione dei nuovi docenti penalizzanti, sospensione degli scatti d’anzianità, moltiplicazione del precariato, nuove onerose procedure di assunzione, con uno stipendio che si situa negli ultimi posti della graduatoria dei cantoni. E poi ancora: taglio dell’ 1 per cento, poi di un altro 1 per cento, eccetera. E ora l’insulto: l’accusa di essere dei privilegiati, di lavorare poco “ solo 23 o 24 ore”…
Tutto questo va tenuto presente perché non si spiegherebbero altrimenti né la levata di scudi del 12 novembre né la volontà di andare al referendum e perciò di accettare il confronto aperto e frontale con i pregiudizi più diffusi sul lavoro dell’insegnante. Pregiudizi che vengono alimentati dagli stessi responsabili politici della scuola: e questo lo trovo piuttosto poco responsabile.
Una protesta come quella della mattina del 12 novembre scorso – erroneamente chiamata sciopero perché in effetti sciopero non è stato, gli allievi non sono stati lasciati a casa e i docenti specialmente della scuola media per manifestare il loro malcontento hanno fors’anche lavorato più del solito per organizzare attività alternative – non si era mai vista nei due secoli di storia della scuola pubblica ticinese. Lo affermo con certezza anche perché ho personalmente vissuto nella scuola gli ultimi trentacinque anni, dal Sessantotto in su.
Ma anziché interrogarsi su un dato così insolito e perciò da prendere in serissima considerazione, Gabriele Gendotti ha preferito nelle ultime settimane girare nei comizi liberali e insistere sui pregiudizi relativi al lavoro del docente.
Orbene, la decisione di imporre ai docenti cantonali un aumento dell’onere lavorativo del 4,1- 4,3% e di ridurre lo stipendio del 4% a quelli che lavorano a orario ridotto, non è il “ piccolo contributo di risparmio” che la propaganda truffaldina del “ Comitato 4xSÌ” accampa a pagamento sui giornali: essa è l’ultima misura, offensiva per i modi della decisione e per la durata, che peggiora le condizioni salariale e di lavoro dei docenti cantonali.
Essa è anche l’espressione di una assenza di politica scolastica degna di tal nome, di un fare e disfare arruffato, che non ascolta la competenza, che improvvisa non rifuggendo dalla demagogia.
È d’altronde evidente che dopo il 16 maggio, la scuola pubblica continuerà la sua attività. Tuttavia un chiaro NO dei ticinesi il 16 maggio potrà spingere Gabriele Gendotti a prendere in considerazione un rapporto migliore con i docenti cantonali. Seguendo il consiglio con cui ho aperto questo articolo. Il consiglio è di Columella, un agronomo romano del primo secolo dopo Cristo. I lavoratori cui fa riferimento sono schiavi.