Il suo lavoro si è meritato anche la qualifica di ‘titanico’. Tuttavia, che Franco Lepori sia da considerare una delle figure significative della storia recente del nostro cantone, non è dovuto tanto alla mole quanto alla qualità del lavoro svolto durante la sua esistenza, conclusasi prematuramente vent’anni orsono. A partire dagli anni 60 seppe cogliere lo spirito del tempo, in modo critico, a volte controcorrente, mai riprendendo meccanicamente idee in voga, ma sempre cercando una lettura ad un tempo legata alla realtà ticinese e alla sua storia, fondata scientificamente e vincolata ad alcuni valori imprescindibili. Il risultato lo conosciamo: una scuola media che, superata la resistenza ideologica e politica, a partire dal 1974, quando il Gran Consiglio ne decise l’introduzione integrando scuola maggiore e ginnasio, ha consegnato al Canton Ticino un’istituzione più giusta, rispettosa della dignità di tutti e tesa a valorizzare la cultura quale fondamento di una società civile e democratica. Questa scuola non ha solo dato un’impronta complessiva al sistema formativo ticinese, ha anticipato i tempi, con una riforma che ha ottenuto risultati ragguardevoli e riconoscimenti in tutta la Svizzera.
Di personalità squisita e signorile, convinto come pochi dell’importanza della scuola per la crescita della gente e dello Stato, Franco Lepori seppe preparare il terreno alla riforma con un modello maturato sul terreno sia di una suadente consistenza culturale sia di un sorprendente realismo politico, capace di convincere le frange più aperte e illuminate della classe politica cantonale. Durante il lungo periodo di attuazione, quando, a fronte di resistenze a destra come a sinistra, egli riuscì nel difficile intento di far convergere energie culturali e politiche sulla difesa del modello e sul suo sviluppo, tra l’altro con il superamento delle sezioni A e B e l’abolizione dei livelli, sostituiti con i corsi attitudinali e di base. Detto di transenna: è sintomatico che oggi, con la cosiddetta ‘scuola che verrà’, si voglia continuare a sopprimere quei livelli che già Lepori aveva consegnato alla storia, e non è meno curioso notare come la ‘proposta liberale’ per la discussa sperimentazione coincida nel concetto con quanto venne introdotto all’epoca. Ma il suo merito forse principale è stato di trasmettere la propria passione e una carica etico-morale straordinaria ad un’intera generazione di uomini e donne di scuola, che con entusiasmo si fecero carico del cambiamento. Quasi senza eccezioni, insegnanti, direttori, esperti, genitori misero in gioco le proprie risorse culturali ed etiche, convinti di fare la propria parte per il futuro del paese. Non c’è retorica in queste considerazioni. Chi ha vissuto quella stagione, la ricorda come un momento vivo e intenso, conclusosi, triste volontà del destino, più o meno in coincidenza con la scomparsa di Franco Lepori nel marzo del 1998.
Negli scorsi giorni, con una sobria e riuscita cerimonia, la Società demopedeutica – fondata da S. Franscini nel 1838 –, ne ha voluto ricordare figura e opera. In sintonia con l’identità della Demopedeutica, una sorta di velo nostalgico ha segnato l’incontro: oltre un centinaio di attori della riforma di allora si sono concessi ad una rivisitazione storica e ai legittimi ricordi, evitando riferimenti alla realtà attuale, quasi si volesse lasciare incontaminato il ricordo di Franco Lepori, in cui l’aridità storicoculturale e pedagogica dell’attuale dibattito non avrebbe suscitato che scarso entusiasmo. La mancanza dei suoi interventi è palpabile. Forse ben si atterrebbe allo Stato, a cui egli tanto ha dato, organizzare un convegno per fornire stimoli e spessore culturale all’attuale riforma. I valori culturali, lo spirito critico e le scelte pedagogiche che portarono Franco Lepori e la sua generazione a fare della Scuola media uno dei pilastri della recente storia del nostro Cantone potrebbero riverberarsi costruttivamente sul futuro della scuola. Sarebbe un modo per rendere alla statura intellettuale, politica e pedagogica di Franco Lepori il riconoscimento che gli spetta, ma sarebbe anche un modo per rendere alla scuola ticinese e al suo futuro un servizio altrettanto meritato.