ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Scuola ticinese, non è troppo tardi



I dati statistici sono spesso impietosi e non possono semplicemente essere liquidati con qualche battuta sulla loro presunta inattendibilità. Quelli emersi dalle recenti inchieste internazionali PISA (programma internazionale per la valutazione degli studenti) sulle competenze degli allievi alla fine della scuola dell’obbligo e, di qualche giorno fa, sulle competenze degli adulti, lo sono in modo p articolare perché lasciano trasparire una situazione della scuola ticinese molto, molto preoccupante. Prenderne atto non risulta facile, ma si tratta di un necessario esame di realtà non solo per gli addetti ai lavori della scuola, ma per tutta la società ticinese, politici in primis. La prima ed essenziale constatazione rileva dal fatto che il quadro offertoci da PISA 2003 non corrisponde semplicemente ad un’istantanea, quindi ad una fotografia che ci mostra l’attuale debolezza degli allievi ticinesi al confronto con quelli delle altre regioni svizzere o di altri paesi, ma è il risultato di un’evoluzione, provvisorio punto di arrivo di una tendenza con radici assai profonde e avviatasi in modo evidente nella seconda metà degli anni Novanta.

Inchieste analoghe a PISA, basate sul confronto internazionale e nazionale, sono state fatte già nel 1990 (per matematica e scienze naturali), nel 1991 (lettura) e nel 1995 (matematica e scienze naturali): ebbene in tutte queste prove, il Ticino aveva ottenuto risultati migliori o almeno equivalenti al resto della Svizzera.

L’inversione di tendenza avviene con PISA 2000 e trova nel 2003 una purtroppo prevedibile e prevista conferma su tutta la linea, vale a dire per lettura, matematica e scienze naturali, con l’aggiunta anche della competenza “ soluzione di problemi”, non considerata nelle prove precedenti. Una lettura differenziata dei dati permette invero di rilevare anche delle qualità della scuola ticinese, come ad es. la sua migliore capacità d’integrazione, qualità che però non corregge il dato complessivo e in aggiunta, per ora, viene anche pagata con una manifesta carenza di risultati di eccellenza.

Chi cerca di mettere in discussione l’attendibilità dei risultati PISA, con riferimento ad es. alla diversità dei compiti richiesti dal test rispetto a quanto si fa nelle nostre aule, oppure ne relativizza la portata con riferimento all’età degli allievi o all’elevata presenza di allievi stranieri non rende certo un buon servizio alla scuola.

Pur senza voler prendere tutto per oro colato, questi risultati trovano conferma nell’esperienza quotidiana degli insegnanti e in prove condotte a livello regionale.
Semmai, il problema è quello di non semplicemente mettere in croce la scuola attribuendole tutte le responsabilità, ma di rendersi conto che questi risultati, pur relativi che siano, chiamano in causa l’insieme della società ticinese, le sue istituzioni, la sua cultura e la politica condotta negli ultimi anni. Ogni paese si ritrova la scuola che si merita, dice un detto mai smentito.   Ora è quindi indispensabile una buona dose di realismo e senso di responsabilità, anzitutto per riuscire a capire le ragioni della mediocrità che sta ormai caratterizzando la nostra scuola dopo diversi anni di riconosciuta qualità, poi per trovare misure adeguate ad un deciso rilancio che eviti di far pesare sulle generazioni future anche l’onere di una scuola inadeguata alle sfide della società del sapere. Vediamo dunque alcune ragioni.

La scuola ticinese ha ottenuto negli ultimi due decenni risultati buoni e riconosciuti ovunque grazie in particolare alle riforme realizzate negli anni ’ 70. Ora l’onda lunga di quelle innovazioni si è esaurita, sia perché non possono più far presa su nuove realtà, sia perché la generazione di insegnanti che ha impresso con entusiasmo e generosità il proprio segno a quella stagione è ormai arrivata al proprio capolinea professionale. Negli anni ’ 90, per contro, la scuola ticinese è entrata, non per la prima volta nella sua storia, in una fase di paralizzante inerzia che ne ha bloccato le capacità di rigenerazione e adattamento alle nuove sfide. Non che mancassero le idee, buone o cattive che fossero: è mancata la capacità innovativa e progettuale dell’amministrazione scolastica, così come sono mancate le risorse finanziarie e pure l’energia culturale, intellettuale e politica del paese n el suo insieme. Questa lettura vale soprattutto per la scuola dell’obbligo, meno per la scuola professionale che negli ultimi 20 anni ha comunque intrapreso molto per uscire dal limbo di una scuola di seconda categoria e di ripiego e sta ora trovando una propria identità. Paradossalmente l’aver ottenuto ancora dei buoni risultati fino a metà degli anni ’ 90 ha permesso al Ticino, ai suoi amministratori scolastici e ai suoi politici di cullarsi in  un’ingannevole certezza che la nostra scuola potesse tranquillamente mantenere la sua elevata qualità. Così molti progetti si sono pigramente trascinati senza convinzione e senza coraggio, come ad es. la riforma della formazione professionale degli insegnanti, o si sono più o meno arenati come ad es. la riforma dei programmi e della struttura della Scuola media. Ad abbassare la tensione e l’interesse per la scuola primaria e secondaria ha d’altro canto contribuito il notevole sforzo profuso dal Cantone per realizzare la formazione di livello accademico con l’università e la SUPSI. Non si è trattato tanto di uno sforzo finanziario, quanto politico, culturale e intellettuale. Non possiamo dimenticare che da questo punto di vista le risorse del Cantone sono limitate ed è quindi comprensibile che la loro massiccia confluenza su nuovi progetti di ampia portata come l’USI e la SUPSI si rifletta in un ammanco in altri ambiti. Se è vero che l’USI e la SUPSI non hanno svuotato le casse della scuola ticinese, è però altrettanto vero che queste casse hanno cominciato a svuotarsi per molte altre ragioni con il risultato di comunque incidere sulla decennale inerzia della scuola. Quali mezzi finanziari ha avuto a disposizione la scuola ticinese negli ultimi anni? Una risposta la si può trovare nella relazione fra spese totali per la scuola, comprensive del Cantone, dei comuni e degli investimenti, e le spese totali del Cantone. Ebbene questa relazione, che si aggira attorno al 20% ormai da decenni, era del 18.3% nel 1990, è aumentata al 20.3% nel 1996 per poi stabilizzarsi sul 20.2% nel 2000 e sul 20.4% nel 2002. In un periodo in cui tutti sono concordi nell’indicare la formazione quale ambito d’investimento privilegiato, il Cantone non ha trovato il coraggio e il modo di far confluire   maggiori risorse sulla formazione e questo sebbene il popolo ticinese abbia ribadito il 18 febbraio 2001 con tre quarti dei voti il suo convinto sostegno alla scuola pubblica. Vale la pena di aggiungere che il Ticino con il 20.2% nel 2000 e 20.4% nel 2002 della spesa pubblica si trova al di sotto della media nazionale che si situava al 22.8 % nel 2000 e al 23.6% nel 2004.

Molteplici sono dunque le ragioni, qui rilevate sinteticamente, che hanno sospinto la scuola ticinese in un periodo di stasi e le hanno tolto la capacità di reagire ai grandi mutamenti della società.

Non meravigliamoci quindi se gli attuali risultati sono mediocri, prendiamone atto e giriamo pagina. Il futuro del Ticino, della sua ricchezza economica e culturale, dipende direttamente dalla qualità della sua formazione e dalla sua capacità di utilizzare il capitale conoscitivo. Il benessere degli ultimi anni è stato favorito prevalentemente dall’effimera congiuntura della piazza finanziaria luganese. Una situazione del genere non si ripeterà verosimilmente più. Occorre quindi tornare ad investire energie culturali e mezzi finanziari in tutto il sistema formativo cantonale, per fare della nostra una regione ad elevato plusvalore conoscitivo e tecnologico. Disponiamo di risorse invidiabili, quali una qualità di vita notevole, un sistema formativo completo e che dispone non solo di ottime infrastrutture, ma soprattutto, e questo va sottolineato, di un corpo insegnante qualificato e con un potenziale di competenze notevole che deve essere meglio valorizzato. Occorre far uscire la scuola dalla sua inerzia, con stimoli e idee, con mezzi finanziari e incentivi. Si tratta quindi di investire nel futuro e per le future generazioni. Un atteggiamento responsabile suggerisce di utilizzare a questo scopo una parte dei   proventi dell’oro della Banca nazionale che il Cantone avrà a disposizione. Non che i mezzi finanziari come tali possano risolvere il problema. Ma sono una condizione necessaria. Si crei quindi con una parte di quei proventi un fondo d’investimento per la formazione, la ricerca e l’innovazione tecnologica che permetta interventi attivi e mirati almeno per una decina di anni. Con un fondo di 150 milioni, gestito da un consiglio di esperti, si potrebbero ad es. investire annualmente 10- 15 milioni, composti degli interessi e di una parte del capitale stesso, senza doverlo esaurire. I mezzi verrebbero erogati in base a precisi progetti.  

Facciamo un esempio, in questo caso attinente alla scuola: tre scuole medie a livello regionale formano un pool e inoltrano un progetto che permette di far collaborare tre consigli di classe su un periodo prolungato. Dal fondo d’investimento ricevono CHF 450' 000 distribuiti su tre anni che permettono di onorare con CHF 100' 000 ogni anno una parte del lavoro dei docenti, di finanziare una consulenza scientifica (CHF 30' 000) e di far fronte a spese diverse ( CHF 20' 000). L’erogazione delle tranches annuali sarebbe condizionata ad un resoconto circostanziato. In questo modo si potrebbero sollecitare l’iniziativa e l’interesse delle direzioni scolastiche e dei docenti che potrebbero sviluppare progetti propri in cui credono, legati ai propri bisogni e alle proprie idee, e per i quali devono assumere le responsabilità. La scuola ticinese è in manifesta difficoltà, come lo sono del resto le scuole ovunque. Grazie alle risorse di cui disponiamo, non è però troppo tardi per rilanciarla e tornare ai livelli di elevata qualità che sono indispensabili per fare del Ticino una regione ad alto plusvalore conoscitivo e tecnologico.

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