ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Il fallimento del mercato nel settore della formazione



Le scuole universitarie sono sempre più in balia dei meccanismi di mercato artificiali. I limiti di questo meccanismo messo in atto dal new public management stanno venendo sempre più a galla in vari paesi europei. Se ne è parlato a Berna lo scorso 17 marzo in una giornata di studio organizzata dal Sindacato VPOD.

Da tre anni opera una commissione nazionale VPOD, che raggruppa i sindacalizzati delle SUP svizzere ed è coordinata da Annette Hug, organizzatrice della giornata di studio del 17 marzo di Berna. Nel novembre 2011 la Commissione ha pubblicato un documento rivendicativo per le SUP, che abbiamo pubblicato nel numero di aprile dei Diritti del lavoro. La presidente nazionale del Sindacato VPOD Katharina Prelicz Huber, essa stessa docente SUP, ha auspicato che il Sindacato VPOD possa agire con forza e con il sostegno dei docenti e del corpo intermedio per frenare la concorrenza nel settore della formazione universitaria, la quale si manifesta in una pletora di formulari, indicatori, certificazioni, classifiche e confronti – “benchmark” – tra professori e scuole universitarie, che suscitano reazioni sempre più perplesse e negative. Oltre a ciò anche in Svizzera è in atto un peggioramento delle condizioni di lavoro del personale universitario: personale certificato, ma mal pagato!

Azione sindacale in Germania >br> Un esempio di azionale sindacale giunge dall’Austria, dove da un paio di anni è stato creato un contratto collettivo per il settore universitario: un sogno per molti paesi europei... Un altro esempio viene dalla Germania, dove il Sindacato educazione e scienza (GEW) ha messo a nudo i gravi problemi contrattuali nel settore universitario. Andreas Keller, segretario del GEW di Francoforte, ha presentato il manifesto di Templin del 2009 (www.templiner.de: “Templiner Manifest”, in tedesco, inglese e francese), che è stato sottoscritto da oltre 8'500 persone, ha suscitato ca. 60 dibattiti nelle università ed è stato ripreso da atti parlamentari nel Parlamento tedesco e nei parlamenti regionali. I punti del manifesto di Templin, città del Brandenburgo, sono dieci, tra cui in particolare la lotta al precariato e al dumping salariale, la richiesta di piani di carriera migliori per gli universitari, la richiesta di un contratto collettivo, la conciliazione lavoro accademico/famiglia, la parità dei sessi nell’accesso alla carriera accademica e la partecipazione del personale. Queste rivendicazioni, che implicano anche il varo di maggiori risorse per il settore universitario, sono discusse anche dai vertici universitari, che, pur essendo ancora ostili alla trattativa con il sindacato, sono preoccupati dal calo dell’attrattiva della carriera universitaria tra i giovani e dalla una penuria di nuove leve, che si fa sentire già molto tra le fila dei docenti delle materie scientifiche e tecniche. Nel dibattito sulla situazione in Svizzera è stata menzionata anche l’iniziativa popolare del Sindacato VPOD Ticino per un settore universitario ticinese dotato di un contratto collettivo e maggiormente partecipativo. Indubbiamente abbiamo la fortuna di poter disporre di questo strumento di democrazia diretta, ma la sfortuna di avere un settore universitario gestito in modo aziendale: un’esternalizzazione di tipo neoliberista che si situa agli antipodi dell’università humboldtiana partecipativa ed autonoma.

La resistenza francese
La politologa dell’Università di Lille, Isabelle Bruno, ha spiegato il contesto politico dei fenomeni neoliberali che hanno investito e investono l’università in Europa, suscitando anche una serie importante di fenomeni di resistenza. Si tratta della Strategia di Lisbona varata nel marzo 2000 dalla Presidenza europea: è una strategia per la crescita e l’impiego, che doveva portare entro 10 anni l’Europa a divenire un’area al primo posto nella competitività economica: la Strategia di Lisbona si fonda sull’investimento nelle risorse umane, sullo sviluppo della conoscenza e su uno Stato sociale attivo. Tale strategia è stata rinnovata per il periodo 2010-2020 e vuole valorizzare le performances universitarie nazionali in Europa, effettuare dei confronti tra nazioni, creare dei poli di eccellenza universitari, creare i cosiddetti ricercatori-imprenditori, favorire l’innovazione e gli scambi tra università e aziende nell’implementazione dell’innovazione. C’è un triangolo della conoscenza da far crescere, che è costituito dal lato della ricerca, dal lato dell’insegnamento e dal lato dell’innovazione: la Strategia di Lisbona ritiene che la crescita del triangolo a beneficio della società avviene mettendo in competizione le università europee, i loro ricercatori e i loro insegnanti. Insegnanti e studenti devono muoversi, anche fisicamente, verso i poli di eccellenza europei. Anche la Svizzera, pur non facendo parte dell’Unione europea, ha imitato questa strategia, che sta cominciando a mostrare vari problemi. In particolare si subordina l’università agli imperativi economici, snaturando il sapere e voltando le spalle alla cultura: nell’università piegata al mercato gli studenti diventano dei clienti, che ricercano solamente il sapere utile per entrare sul mercato del lavoro, con la conseguenza che anche i docenti vengono valutati in quest’ottica. C’è quindi molto da fare per resistere a questo processo che svaluta l’università.

Concorrenza e competitività insensata
Ma la concorrenza artificiale istaurata dallo Stato nel settore della formazione (e in altri settori come quello della salute) crea anche effetti perversi nei comportamenti degli insegnanti e dei ricercatori: nella pratica si rilevano risposte molto diverse dall’effetto sperato della crescita della conoscenza e del miglioramento della società. Lo ha illustrato l’economista Mathias Binswanger, della SUP di Olten, autore del libro “Concorrenza senza senso. Perché produciamo sempre più cose insensate” (Sinnlose Wettbewerb. Warum wir immer mehr Unsinn produzieren, Freiburg i. B. 2010). Secondo Binswanger non si può creare il mercato artificialmente nel settore della formazione e bisogna invece accettare che non è possibile misurare in modo preciso quanto fatto nell’insegnamento o nella ricerca. Infatti o gli indicatori sono pochi e grezzi oppure gli indicatori finiscono per diventare talmente numerosi e complessi, che ottengono solamente il risultato di creare posti di lavoro per ditte di consulenti (ditte che raccolgono i dati e li elaborano per stilare cervellotiche classifiche dei migliori e dei peggiori in ambito universitario). Il fatto che tra gli indicatori applicati a docenti e ricercatori universitari vi sia il numero di pubblicazioni porta al seguente effetto perverso: si moltiplicano gli articoli sulle riviste scientifiche, si spalma il sapere su più contributi e si rende in tal modo meno interessante la comunicazione scientifica. Insegnanti e ricercatori sono indotti a produrre tanti articoli, anziché articoli originali e di qualità. I mestieri creativi come quello dell’insegnante e del ricercatore esigono una motivazione intrinseca e richiedono un contesto che favorisca la gioia di lavorare e la fiducia del datore di lavoro. Se l’università diventa diffidente verso docenti e ricercatori, perché pensa che la maggioranza non lavori, e se li sottopone a burocratici sistemi quantitativi di controllo, che sfociano nella prassi del bastone e della carota, essa finisce solamente per uccidere la creatività e la qualità del lavoro dei suoi docenti e ricercatori. La mania di misurare quello che non si può misurare fa sì che nel mondo accademico si moltiplichino i progetti inutili, gli articoli inutili e le riviste inutili. Il risultato è di far crescere un triangolo della conoscenza inutile, che non porta benefici alla società: anzi produce un calo della qualità e demotivazione tra docenti e ricercatori. Parallelamente, come effetto perverso dovuto all’introduzione dei crediti di studio nelle università, si nota che gli studenti sono indotti ad accumulare il massimo di ECTS nel minor tempo possibile, e questo a scapito dello sviluppo delle conoscenze e della cultura. Le prospettive indotte dalla concorrenza artificiale nel settore universitario e dalla quantificazione positivistica nello studio sono quindi estremamente negative ed esigono un radicale ripensamento.

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