Mancano ancora i dati di dettaglio delle rispettive regioni linguistiche, dunque anche quelli relativi alla Svizzera italiana, ma l’ultima indagine dello studio PISA – l’analisi che verifica ogni tre anni le competenze in lettura, matematica e scienze naturali dei giovani che finiscono la scuola dell’obbligo – dice che la Svizzera, studenti ticinesi inclusi, si situa nella parte alta della classifica dei 65 Paesi partecipanti.
I test effettuati nel 2009 indicano che la Svizzera è ulteriormente migliorata in tutti e tre gli ambiti rilevati, posizionandosi sempre al di sopra della media e superando bastioni come la Germania e gli Stati Uniti, e distaccando parecchio Paesi come la Francia, l’Austria e l’Italia. Prima e meglio della Svizzera sono risultati Paesi dell’Est asiatico, come Shangai, Corea, Hong Kong e Singapore, dove per altro vigono sistemi scolastici molto selettivi, mentre tra i Paesi europei primeggia, anche se un po' meno, la Finlandia, che ha invero una struttura sociale più omogenea di quella svizzera, basti pensare al fatto che non si deve confrontare con il fenomeno del plurilinguismo o dell’integrazione di alte percentuali di stranieri.
Lo studio Pisa mette poi in rilievo un aspetto che mi sta particolarmente a cuore. Il sistema scolastico svizzero, oltre a dare buona prova di sé dal profilo delle competenze in lettura, matematica e scienze naturali, mostra di tenere in giusta considerazione anche il principio dell’equità. Questo significa che il grado di rendimento delle allieve e degli allievi non dipende dalla scelta di una sede scolastica, in quanto il nostro sistema – giustamente – mira ad avere delle scuole sull’intero territorio nazionale e delle classi in ogni singola sede, in cui tutte e tutti, dai migliori ai meno bravi, senza mortificare né i primi né i secondi, possano avere le medesime opportunità per concludere degnamente la scuola dell’obbligo.
Come direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport esprimo soddisfazione per i risultati che i quindicenni svizzeri, anche quelli che studiano in Ticino, hanno conseguito nell’ultimo rilevamento PISA. Questi risultati indicano che le strategie adottate a livello di politica scolastica hanno dato i frutti sperati e ci spronano a continuare, possibilmente migliorando ancora, lungo questa strada: promuovere l’eccellenza senza però dimenticare l’equità. A questo risultato – che altri Paesi ci invidiano – siamo giunti soprattutto grazie all’impegno e alla passione di chi dedica alla scuola pubblica le proprie energie migliori: direzioni scolastiche, docenti, ispettori, funzionari. A loro rivolgo un sentito ringraziamento per il lavoro svolto e per quello che continuano a svolgere giorno dopo giorno nei rispettivi ambiti di attività. Ma lo studio PISA mette anche a nudo una realtà che non piacerà a tutti, e cioè che i dati misurati con criteri scientifici divergono sostanzialmente da quelle visioni di una scuola pubblica in cui tutto o quasi non funziona. Per posizione ideologica, per appartenenza sindacale o perché la campagna elettorale sollecita i candidati a profilarsi (talvolta anche in modo piuttosto scomposto), sulla scuola pubblica ticinese si comincia a sentire e a leggere un po’ di tutto.
C’è chi vede problemi e disagi ovunque, chi propina ricette di facile cottura, chi promette aumenti salariali a cascata e chi dimentica gli sgarbi del passato. Sia chiaro: non sono fra quelli che pensano che la scuola pubblica ticinese è perfetta così com’è e che non deve cambiare di una virgola. Tutt’altro. La nostra scuola – e non potrebbe essere diversamente – deve continuamente aggiornarsi e rinnovarsi, tendere a un costante miglioramento della qualità delle sue infrastrutture, della sua organizzazione e gestione, dei suoi programmi, della preparazione dei suoi docenti e delle relazioni con tutte quelle componenti che costituiscono la comunità educativa di riferimento.
Ma questo processo di miglioramento va fatto un passo dopo l’altro, con riforme mirate e puntuali, secondo una linea di sviluppo coerente e sostenibile anche dal profilo finanziario. Le rivoluzioni, al di là dei proclami, servono a poco.
Prendo atto che quei Paesi, come è successo nel Regno Unito o anche nella vicina Penisola, in cui si è cercato di sottrarre i finanziamenti alla scuola pubblica per favorire quelle private, sostenendo la caducità della prima e l’eccellenza delle seconde, oggi si ritrovano a dover portare da casa rotoli di carta igienica o a dover far fronte alla protesta di migliaia di studenti scesi in piazza contro tasse d’iscrizione attorno ai 14’000 franchi all’anno. Non solo. Escono anche con le ossa rotte soprattutto nelle valutazioni che riguardano l’equità e le differenze nei risultati fra allievi provenienti da ceti sociali diversi.
Di tutto questo dovranno prenderne atto anche quei candidati che per evidenti fini elettorali vorrebbero ora soccorrere la scuola pubblica ticinese e risolvere tutti i suoi problemi mettendo a disposizione più risorse. Candidati che come politici mancavano all’appello quando si è trattato in questi ultimi anni di difendere la scuola pubblica da chi voleva deviare una parte delle già scarse risorse alle scuole private e proponeva nel contempo, con tabelline e documenti vari, tagli di ogni genere, fra cui persino l’aumento del numero degli allievi per classe e la soppressione delle borse di studio. Ma si sa “in temp da guéra, püssé bal che tèra”.